Shirin Neshat

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Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957) è internazionalmente nota per i lavori filmici e le serie fotografiche con cui esplora le rappresentazioni identitarie del femminile e del maschile nella cultura iraniana, ambito di provenienza dell’artista. Le sue eleganti e rigorose costruzioni filmiche le sono valse, nel 2009, il Leone d’Argento per la migliore regia alla Mostra del Cinema di Venezia con il lungometraggio Uomini senza donne. Sempre a Venezia, ma nell’ambito della Biennale d’Arte, già nel 1999 Neshat aveva ricevuto il Leone d’Oro come migliore artista internazionale.

Neshat salda la propria biografia alla ricerca artistica. Poco prima che, nel 1979, l’Iran diventasse una repubblica islamica a seguito della rivoluzione komehinista, l’artista aveva abbandonato il suo paese di origine e si era trasferita negli Stati Uniti per studiare arte, a San Francisco prima e alla UC Berkeley poi, prima di stabilirsi definitivamente a New York. Nel 1990 Neshat visita di nuovo l’Iran e questo soggiorno sarà per lei estremamente significativo: lo shock che prova davanti alle trasformazione cui è andato incontro il suo paese rispetto ai ricordi dell’adolescenza, insieme con la necessità di confrontarsi con le proprie radici culturali, la porteranno a sviluppare una serie di cicli fotografici. Le prime serie di fotografie con cui Neshat si impone sulla scena internazionale nei primi anni Novanta sono Unveling e Women of Allah (“Disvelamento” e “Donne di Allah”), di cui un esemplare è esposto all’interno della collezione permanente del museo Madre, opera presentata nell’ambito della mostra personale che la Galleria Lucio Amelio di Napoli dedicò all’artista nel 1996.

Women of Allah è una serie alla quale Neshat si dedica dal 1993 al 1997 e attraverso cui indaga la complessità della dimensione femminile in Iran dopo la rivoluzione islamica. In un nitido bianco e nero, che diventerà uno dei tratti distintivi della sua ricerca in campo fotografico, Neshat ritrae donne iraniane velate e che spesso imbracciano armi da fuoco. Le poche porzioni di pelle lasciate scoperte dallo chador – il viso, le mani e, più raramente, i piedi – sono ricoperte da stralci di testi in lingua farsi (ovvero il persiano).
I testi, tratti da libri di scrittrici iraniane, dialogano con l’immagine per renderne più complesso il senso; prosa e poesia sono spesso integrate, e i contenuti variano dai soggetti religiosi a quelli più profani, fino a esplorare le sfere dell’intimità e della sessualità.

La donna ritratta nell’opera esposta al Madre è l’artista stessa e i versi, tracciati sul suo volto fino a formare una spirale, sono tratti da una poesia della poetessa Forugh Farrokhzad, attiva negli anni precedenti la rivoluzione islamica. Come accade in molte altre immagini di queste serie, anche in questo caso i punti focali sono lo sguardo e il velo, interpretati rispettivamente come simboli dell’individualità e della cultura religiosa. La figura della donna all’interno della cultura islamica viene così restituita in tutta la sua complessità e ambiguità, colta nella dualità dei ruoli che la società iraniana post-rivoluzionaria le assegna: da un lato le restrizioni imposte dai rigidi dettami religiosi, dall’altro la condizione paradossale che la vuole responsabile e partecipe (si veda la presenza dei fucili). Lo sguardo di Neshat evita il giudizio per concentrarsi sulle molteplici sfaccettature culturali, sociali e piscologiche di queste figure.

È opportuno inoltre segnalare come la ricerca sulla figura umana, in particolare femminile, che contraddistingue gran parte del lavoro di Neshat – quindi le dimensioni dell’esistenza e della socialità come palcoscenico – abbia trovato espressione anche nell’installazione La Vita è Teatro, il Teatro è Vita, che l’artista ha concepito per la Stazione Toledo della Metropolitana di Napoli con fotografie di Luciano Romano.

AR