Hiroshi Sugimoto

Hiroshi Sugimoto, Pope John Paul II / Papa Giovanna Paolo II, 1999. Collezione Maria Rosa Sandretto, Milano. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. | Hiroshi Sugimoto, Pope John Paul II, 1999. Maria Rosa Sandretto Collection, Milan. On loan to Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Naples. Photo © Amedeo Benestante.

Raggruppate in cicli tematici che si sviluppano nel lungo periodo, le fotografie di Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948) diventano uno strumento di indagine sullo stesso mezzo fotografico, attraverso il quale nascondere o svelare la sottile linea che separa la realtà dall’apparenza. Nato in Giappone ma formatosi a Los Angeles, Sugimoto si trasferisce a New York negli anni Settanta dove viene in contatto con il Minimalismo pittorico e scultoreo. Serialità, essenzialità e geometria delle forme, rigore compositivo, scelta esclusiva del bianco e nero sono gli elementi che caratterizzano la sua ricerca fotografica, a partire dalla serie Theaters, nella quale film proiettati in cinema d’epoca o drive-in si trasformano in un’unica fonte luminosa – condensazione di tutte le immagini racchiuse nella pellicola – grazie all’utilizzo di tempi lunghissimi di esposizione. La precisa costruzione dell’immagine è seguita dal controllo del processo di stampa, eseguito manualmente dall’artista, dalle pellicole ai trattamenti chimici necessari allo sviluppo.
Tutta la ricerca di Sugimoto si presenta come una riflessione sul tempo, che passa sia per la procedura di lavoro, sia per la scelta dei soggetti, cristallizzati in un attimo e resi eterni dallo scatto dell’artista con un’intuizione quasi visionaria: succede con le architetture moderniste nella serie Architectures così come con le onde dei paesaggi marini (Seascapes) o gli effetti delle scariche elettriche (Lightning Fields).
L’opera in collezione, Pope John Paul II (1999), appartiene alla serie Portraits, realizzata nel museo delle cere di Madame Tussauds a Londra. L’effetto straniante di questi ritratti, in particolare quelli di personaggi storici vissuti prima dell’invenzione della fotografia, attiva il dialogo tra pittura, scultura e mezzo di riproduzione meccanica, facendo convergere in queste fotografie i diversi livelli di riproduzione dell’immagine. Ripresi di tre quarti o frontalmente, a grandezza quasi naturale e illuminati in modo da accentuare gli effetti chiaroscurali, i soggetti si mostrano in tutta la loro verosimiglianza con l’originale, al punto da istigare il dubbio che lo scatto sia avvenuto in presenza della persona in carne ed ossa e non della sua riproduzione in cera. L’ambiguità dell’immagine (ottenuta senza alcun ausilio digitale), con il carattere mistico e surreale che pervade questi ritratti, diviene motivo per una riflessione sulla possibilità di fermare il tempo, di manipolarlo, e di aspirare così a quella condizione di immortalità che la fotografia può conferire. Con altre opere della serie Portraits, anche il ritratto di Papa Giovanni Paolo II è stato esposto a Napoli, al Museo Nazionale di Capodimonte, in occasione della mostra personale dell’artista nel 2004.

AT