Gianni Pisani

Gianni Pisani, veduta dell’allestimento. Foto © Amedeo Benestante. | Gianni Pisani, installation view. Photo © Amedeo Benestante.

Gianni Pisani (Napoli, 1935) appartiene alla generazione di artisti che, a partire dalla metà degli anni cinquanta, ha contribuito a un sostanziale rinnovamento della scena artistica napoletana, instaurando un dialogo con correnti internazionali quali Pop Art, New Dada, Body Art ma al tempo stesso elaborando tali proposte rifacendosi al proprio vissuto biografico e alle proprie radici geografiche.
Pisani intraprende la carriera artistica come pittore, allievo di Emilio Notte all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dall’inizio degli anni sessanta alla produzione pittorica si affianca quella “oggettuale”, con assemblaggi quali Il letto (1963), nella collezione del Museo di Capodimonte, L’incidente (1964), o La Credenza (1964), nella collezione Terrae Motus voluta da Lucio Amelio al Palazzo Reale di Caserta, opere che inaugurano una ricerca improntata sulla multimedialità.
“La materia pittorica si risolve direttamente in materia”, scrive il poeta e scrittore Edoardo Sanguineti presentando le sue opere nel 1965.
Parallelamente all’attività artistica, Pisani si fa animatore di alcune tra le iniziative più interessanti della scena napoletana sul finire degli anni sessanta: dal 1967-68 affianca Dina Caròla e Anna Caputi nella direzione della galleria Il Centro, mentre nel 1969 è tra i firmatari – insieme a Bruno Barbati, Giannetto Bravi, Vincent D’Arista, Maria Palliggiano ed Errico Ruotolo – della Carta di fondazione della Galleria Inesistente che segna l’inizio della breve ma intensa avventura di una galleria sui generis, non legata a uno spazio fisico ma attiva nel tessuto della città con azioni estemporanee e spesso provocatorie.
Tra queste, insieme al finto Risveglio del Vesuvio che destò scalpore sulla stampa dell’epoca, va annoverato il lancio – nel novembre 1970, da un aereo preso a noleggio – di quindicimila maniche di plastica, le Maniche di G.P., ottenute da un calco in gesso del braccio dell’artista, poi realizzato in copia unica in bronzo. L’azione, che dà corpo a un’immagine già ricorrente nelle sue opere pittoriche, viene interpretata dagli ignari testimoni come manifestazione ideata per lo sciopero degli ospedalieri.
La componente performativa nel lavoro di Pisani, che già informa le opere oggettuali e l’attività con la Galleria Inesistente, esplode all’inizio degli anni settanta con alcune azioni quali Ha vinto G.P. (1973), spettacolare rivincita sulla morte che vede l’artista distruggere una bara con un’ascia, e Tutte le mattine prima di uscire (1973), nella quale Pisani si riavvolge un ipotetico cordone ombelicale sulla pancia, inscenando il tentativo estremo di attaccarsi alla vita.
Temi dominanti nell’opera dell’artista si confermano sesso, vita e morte, che prendono corpo a partire dalla sua storia personale, e attraverso i quali egli mette in campo “la relazione tra il biologico e il biografico”, come scrive Angelo Trimarco, in una narcisista esaltazione di sé.
All’esorcizzazione della morte e alla propria autocelebrazione si rifà Suicidio in scatola del 1967, tassello della monumentale installazione Monumento a G.P., una composizione di trentasei teche componibili in plastica che custodiscono il calco della testa dell’artista alle prese con un macabro gioco, con gli occhiali da sole e due rivoltelle puntate alla tempia.
Il frammento corporeo ritorna anche in Le bambole di G.P. (1968), ottenute dal calco delle gambe della compagna Marianna ed esposte la prima volta nell’VIII Biennale di San Benedetto del Tronto, Al di là della Pittura, nel 1969, e poi a Napoli presso la galleria Il Centro nel 1970. Tronchi femminili in vetroresina colorata appaiono segnati da mani che li cingono all’altezza dei fianchi, sensuali e minacciose allo stesso tempo.
“In Pisani l’idea base è l’ossessione antropometrica; il calco del corpo umano concepito come ricordo continuo della presenza di un’assenza”, afferma Pierre Restany.
Come Il letto del 1963, anche Il cuscino mette al centro dell’opera un oggetto quotidiano, che si carica però di tensioni e sentimenti contrastanti: da una parte esso sembra evocare un atto sessuale appena consumato, dall’altro un letto di malattia sul quale il morente ha depositato la propria impronta. Convivono in quest’opera Eros e Thanatos, gioco e angoscia, vita e morte, coppie dialettiche che segnano tutta la ricerca artistica di Gianni Pisani, della quale la selezione di opere in collezione, concentrata sulla produzione oggettuale e performativa, permette un’analisi approfondita, fra elementi e temi che ritorneranno, sempre variati, anche nella produzione pittorica successiva.

AT