Roman Ondák

Roman Ondák, Glimpse, 2010. Collezione Maurizio Morra Greco, Napoli. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. | Roman Ondák, Glimpse, 2010. Collection Maurizio Morra Greco, Naples. On loan to Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Naples. Photo © Amedeo Benestante.

Sin dalla metà degli anni Novanta l’artista slovacco Roman Ondák (Žilina, 1966) ha sviluppato una pratica artistica che fonde in modo radicale l’installazione, la performance, il disegno, l’oggetto trovato, il video e l’interazione con il pubblico. Le sue opere e i suoi interventi ambientali si basano sull’osservazione della realtà e sul rovesciamento delle nostre consuetudini percettive: con gesti lievi e all’apparenza irrilevanti Ondák produce immagini e situazioni sorprendenti, che si mimetizzano con la quotidianità, denunciandone le sovrastrutture o esaltandone la potenzialità. Come nella performance Good Feelings in Good Times, realizzata per la prima volta al Kölnischer Kunstverein di Colonia nel 2003, in cui alcuni attori inscenavano una fila fittizia all’ingresso del museo, fingendo di essere visitatori in attesa dell’ingresso, che dopo una quarantina di minuti si disgregava per poi riformarsi spontaneamente dopo un breve intervallo: non essendo informati della natura dell’azione i normali visitatori potevano unirsi inconsapevolmente alla performance e interagire con gli attori. Nell’opera di Ondák spesso i ricordi dell’artista si mescolano al vissuto collettivo e il passato si sovrappone al presente: anche questo lavoro sulla fila, infatti, trae ispirazione dalla memoria dell’artista nella Slovacchia precedente al disgregamento del blocco sovietico, quando le file all’ingresso dei negozi erano pratica necessaria e quotidiana (mentre oggi, al contrario, le file sono sinonimo di un’attesa spasmodica, della cultura dell’evento e del desiderio di partecipazione).
Una simile riflessione sulla relazione tra la sensibilità individuale e la realtà che la circonda è al centro di Glimpse, l’opera in collezione realizzata dall’artista nel 2010 dopo aver trascorso un periodo a Napoli in occasione di una sua mostra personale presso la Fondazione Morra Greco. Ondák ha recuperato una serie di antiche stampe di periodi e autori diversi, acquistate da antiquari o in mercati di strada, e tutte incentrate sul medesimo soggetto, ossia lo spettacolo del Vesuvio in eruzione. Incisioni di questo tipo erano, in passato, un popolare souvenir tra i viaggiatori che, in moltissimi casi, erano artisti provenienti da varie parti d’Europa e che venivano in Italia per assorbire la cultura e la tradizione artistica della penisola e di Napoli. All’interno di quelle vedute l’artista ha ritratto se stesso, nell’atto di osservare la scena dal margine bianco dell’incisione, come a voler entrare nell’immagine, ma in punta di piedi. Con un gesto così semplice e discreto Ondák tesse un dialogo con la città di Napoli, con la sua storia e con il suo simbolo più noto e attualizza la tradizione del Grand Tour. Glimpse è caratterizzato da una struttura a scatole cinesi e innesca un’affascinante riflessione sul meccanismo dello sguardo: gli individui raffigurati nelle stampe sono colti mentre osservano la scena dell’eruzione e, a loro volta, sono osservati dall’artista che ritrae se stesso ai margini dell’immagine; allo stesso tempo i visitatori contemporanei osservano la figura di Ondák e costituiscono il terzo anello di questa catena di sguardi che collega visitatori e artista, osservatori e osservati, presente e passato.

AR