Lawrence Carroll

Lawrence Carroll, Untitled / Senza titolo, 2013. Collezione privata. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. | Lawrence Carroll, Untitled, 2013. Private collection. On loan to Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Naples. Photo © Amedeo Benestante.

L’artista di origini australiane Lawrence Carroll (Melbourne, 1954 – 2019), figura di riferimento nell’attuale scena artistica internazionale, è una delle voci più singolari nel campo della pratica della pittura e dei suoi sconfinamenti. Nato a Melbourne, Carroll ha studiato a Los Angeles prima di stabilirsi a New York, città nella quale esordisce come artista visivo alla metà degli anni Ottanta e che poi lascia alla volta di Venezia, prima e di Roma, poi. Intorno alla metà degli anni Ottanta l’artista realizza una serie di piccole opere dipinte, quasi delle “scatole pittoriche” che associano alla bidimensionalità della pittura la tridimensionalità dell’oggetto. Sono opere seminali per gli sviluppi futuri della pratica artistica di Carroll che, da quel momento, inizia a esplorare la pittura come un “corpo” e non più come una superficie. Da questo momento l’arte di Carroll diventa una ricerca sulle relazioni tra pittura e scultura, e sulla possibilità di infondere nell’estetica post-minimalista valori profondamente emozionali.
Nonostante le sue opere siano spesso caratterizzate dalla quasi totale assenza di immagini figurative e di segni rappresentativi, il supporto rivela una concentrazione di colore, materiali e processi pittorici tale da trasformarlo in uno spazio intellettuale ed emotivo, denso di memorie, di sensazioni e di narrazioni sospese. Lo stesso concetto di “monocromia” – pur presente a livello formale nelle tele di Carroll – è esplorato, quasi contraddetto, in una maniera insieme lirica e radicale: gli ocra, i gialli e gli avori che dominano la sua tavolozza appaiono come impregnati di temporalità, fin al punto da annullare la distinzione tra colore e materia, rappresentazione e realtà, immagine e tattilità. Allo stesso modo la tela non si presenta mai integra ma frutto di cuciture e giunture di frammenti e strati tra loro diversi, rivelando così una trama dotata di un’esistenza precedente alla sua funzione attuale, in cui la lentezza meditativa del gesto della sutura evoca una dimensione dilatata e profondamente umana del tempo.
La presenza oggettuale dei dipinti di Carroll, insieme con i procedimenti e i materiali utilizzati – spesso recuperati dalla realtà e dalla quotidianità ed estranei al linguaggio tradizionale della pittura – rivelano la sua appartenenza a una tradizione che lega tra loro artisti come Alberto Burri, Jannis Kounellis, Robert Rauschenberg e Cy Twombly, accomunati da una ricerca sulla dimensione tragica e lirica della pittura.

All’interno della collezione permanente del Madre è stato possibile ricreare eccezionalmente, e in modo quasi integrale, il contributo di Lawrence Carroll al Padiglione della Santa Sede in occasione della 55. Biennale di Venezia del 2013. In quella circostanza Carroll fu invitato – insieme con Josef Koudelka e Studio Azzurro – a ispirarsi ai primi capitoli della Genesi, producendo un padiglione diviso in tre sezioni: Creazione, De-Creazione e Ri-Creazione. Seguendo un approccio profondamente individuale rispetto al tema, Carroll ha prodotto opere in cui la tela è rielaborata in funzione espressiva e in cui elementi come la cera, la luce elettrica, il ghiaccio e i fiori di plastica generano un alfabeto poetico e simbolico. Il tema della Ri-Creazione, affrontato da Carroll, è quindi interpretato attraverso la vitalità e le caratteristiche intrinseche ai materiali stessi, all’interno di un dialogo in cui è centrale la simbologia della trasformazione e della rigenerazione.
In questo senso il ciclo di opere presentate a Napoli contiene e trascende il tema religioso, ne apre invece i significati e ne approfondisce le fonti iconografiche trasformandolo in un’umanissima sinfonia di fragilità e speranza, finitudine e mutamento. Al tempo stesso, il gioco ricorrente delle tele contenute l’una nell’altra rinnova una simbologia cara all’artista: quella della tela piegata e applicata a una tela aperta che crea, per contrasto, un elemento di forza e di mistero, ossia un’opera d’arte in potenza, contenuta nell’opera stessa ma esclusa dalla vista dello spettatore.

AR