»Robert Barry»

Robert Barry, Untitled, 2013. Installazione sul soffitto del Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante.

Robert Barry (New York, 1936) è uno dei massimi esponenti di una ricerca artistica internazionale che – sin dalla metà degli anni sessanta – vede nel linguaggio una risorsa per l’ampliamento del campo espressivo. Barry inizia la sua attività come artista dedicandosi prevalentemente alla scultura e a una ricerca d’impronta minimalista ma, già alla fine degli anni sessanta, la sua pratica prende una direzione marcatamente concettuale, nonostante l’artista abbia sempre mostrato reticenze verso questa definizione in rapporto al suo lavoro.
L’abbandono del linguaggio della scultura tradizionalmente intesa coincide con una sempre più intensa ricerca nei campi dell’installazione e della performance, concepiti come media maggiormente adatti a esplorare, sia dal punto di vista formale sia da quello concettuale, lo spazio e il vuoto che diventano, così, assi portanti del lavoro di Barry.
Nel 1968 Robert Barry realizza l’opera 90mc Carrier Wave (FM), presentata l’anno successivo in una collettiva organizzata da Seth Siegelaub a New York e che vedeva la partecipazione di artisti come Douglas Huebler, Joseph Kosuth e Laurence Wiener, tutti impegnati in ciò che la storica dell’arte Lucy Lippard avrebbe definito pochi anni dopo come “la smaterializzazione dell’oggetto artistico”. L’opera di Barry interveniva nello spazio utilizzando la trasmissione di onde sonore come materiale scultoreo e non come strumento di comunicazione. Da questo momento in poi Barry lavora sull’idea di assenza dell’oggetto artistico al fine di ampliare le relazioni con lo spazio attraverso la presentazione di opere intangibili: nel 1969 realizza Telepathic Piece – che consiste in una trasmissione telepatica dell’opera in questione – e la serie Inert Gas, azioni durante le quali del gas inerte è liberato in spazi aperti come zone desertiche. In questo modo spazio, materia e pensiero diventano le dimensioni per una nuova definizione dell’agire artistico.
Nel corso degli anni settanta e, in maniera più radicale, durante gli anni ottanta, l’uso della parola – in forma sia scritta sia sonora – assume un ruolo centrale nella pratica dell’artista, diventando per lui un medium primario ed esclusivo. Le singole parole sono disposte nello spazio in installazioni che creano una tensione tra il loro potere evocativo e la relazione che esse intrattengono con l’architettura, anche nei casi in cui esse assumano un carattere tridimensionale e scultoreo autonomo.
Untitled Cealing Installation for the Madre Museum (2013) – l’opera presente nella collezione del museo Madre – è un progetto inedito che l’artista ha sviluppato appositamente per gli spazi dell’istituzione napoletana: qui le parole, applicate al soffitto della sala e realizzate con un materiale adesivo riflettente che echeggia la luce e i colori presenti nella stanza, si toccano e si sovrappongono le une con le altre. La loro potenza evocativa è quindi amplificata, in una stimolazione tanto della percezione quanto del pensiero, secondo una dinamica tanto spaziale quanto mentale. Se la maggior parte di esse fa riferimento alla dimensione dell’indeterminatezza – Unknown (sconosciuto), Doubt (dubbio), Somehow (in qualche modo), Another (un altro) e Possible (possibile) – altre, al contrario, evocano l’apertura verso l’immaginazione (Imagine), la prossimità e lo stare insieme (Together) e addirittura lo slancio della passione (Passion). Questa costellazione di parole e significati che diventano immagini mette in relazione l’individualità e la collettività, la dimensione interiore con lo spazio espositivo, il pensiero con una comprensione fisica e percettiva delle cose.

AR

Il museo è chiuso, aprirà alle 10.00

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