»George Brecht»

Tra i principali animatori di Fluxus, George Brecht (New York 1926 – Colonia 2008) ha attraversato i diversi campi e le complesse procedure poetiche e linguistiche sperimentate dal movimento, la cui storia ‘ufficiale’ ebbe inizio nel 1961, quando George Maciunas utilizzò per la prima volta questo nome nell’invito per il ciclo di letture Musica Antiqua et Nova tenuto all’A/G Gallery di New York.
Molteplici sono stati i tentativi di definire l’esperienza di Fluxus, di per sé non facilmente circoscrivibile nel suo rifiuto di ogni categoria critica tradizionale. “Se pensate che le sale per concerti, i teatri e le gallerie d’arte siano i posti naturali dove presentare musica, performances e oggetti, o se li trovate mummificanti, preferendo strade, case e stazioni ferroviarie, o se non trovate utile distinguere tra questi due aspetti del teatro mondiale, c’è qualcosa associata con Fluxus che va d’accordo voi”, afferma nel 1964 Brecht, suggerendo, quindi, di procedere per suggestioni e similitudini piuttosto che per rigide griglie classificatorie.
Il primo approccio con l’arte, dopo studi scientifici, avviene attraverso i corsi di composizione sperimentale di John Cage alla New School for Social Researches e la frequentazione di Jackson Pollock, modellando le prime ricerche sulla dissoluzione dei confini tra i linguaggi, sugli sconfinamenti, sulla centralità dell’azione e sulla processualità, nel disinteresse per l’opera in sé, intesa come organismo chiuso e compiuto. L’artista confluirà, dunque, naturalmente in Fluxus, ambito in cui si professa l’arte come pratica di critica al sistema e l’indistinzione tra la creatività e il flusso della vita, con eventi basati sull’aleatorietà del caso, sull’alogico, sull’effimero, forzando la promiscuità tra azioni e linguaggi. Da questi impulsi nascono gli Events, che Brecht definisce “pezzi di teatro brevi ed elementari caratterizzati dalla qualità alogiche degli happening”. Si tratta, dunque, di azioni quotidiane, spesso ai limiti dell’immaginario e del possibile, che coinvolgono il visivo, il tattile, l’uditivo e il motorio, oppure di accadimenti e, talvolta, anche di semplici elenchi di istruzioni scritte.
Le leggi generali del caso e delle coincidenze, il paradosso, l’evidenza banale degli oggetti quotidiani sono le coordinate con cui Brecht costruisce i suoi lavori, in cui l’elemento ironico è spesso sottilmente predominante. Promotore anche di riviste Fluxus, tra cui “cc V TRE” del 1964, e dello Yam Festival, organizzato con Robert Watts nel 1963, Brecht dal 1965 soggiorna in Europa, continuando a sperimentare un linguaggio in cui convivono il pragmatismo scientifico della sua formazione e la creatività e in cui predomina quell’“automatismo alogico”, teorizzato nel 1957 nel saggio Chance Imagery.
George Brecht ‘annoda’ i suoi fili con Napoli già nel 1976, presentando a Framart Studio, spazio di confronti e sperimentazioni aperto da Nicola Incisetto nel 1975, alcuni lavori realizzati tra il 1964 e il 1976. Nel 1990 l’artista espone nuovamente nella galleria napoletana in occasione della collettiva Al di là della pittura, con Allan Kaprow e Robert Filliou e poi con una personale, in cui La donna dei nodi (1973) viene mostrata al pubblico per la seconda volta dalla sua realizzazione e con significativi interventi rispetto alla precedente versione. La scultura fu ‘spogliata’ delle garze che la ricoprivano e che ne impedivano il disvelarsi allo sguardo.
La genesi dell’opera coincide, secondo le modalità di azione Fluxus, con il lavoro stesso e la scultura si compone nel tempo riallacciando diversi frammenti, frutto non di una visione personale ma di un processo collettivo: la corda con i nodi, realizzata da una persona di nome Deutsch e vista in una birreria di Colonia dove Brecht si recò nel 1973 con amici napoletani; la visita alla cava di marmo a Carrara, tempo dopo; e, infine, l’improvvisa immagine, comparsa sulla strada per Milano, di una donna distesa che stringeva nella mano una corda annodata. Questi elementi, insieme, hanno dato sostanza ‘fisica’ al lavoro, trasformato in una scultura in marmo realizzata da Sauro Ferrari e completato dalla corda annodata ceduta da Deutsch.
L’opera è, dunque, testimonianza dello sconfinamento tra arte e vita professato da Fluxus ed è l’elemento residuale di una processualità, della quale Brecht ebbe il ‘solo’ merito di avere una visione, confluita in un lavoro che combina più elementi, solo apparentemente distanti fra loro.

OSdV

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