Mimmo Jodice, Vedute di Napoli, Opera 57 (Via Marina) 1980.

Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud

Orari e biglietti

Concepita in relazione alla collezione del Madre, Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud intende indagare attraverso le opere di cinquantacinque artisti italiani e internazionali, le pratiche contemporanee che hanno risposto ai massicci cambiamenti sociali dell’ultimo mezzo secolo: urbanizzazione, industrializzazione, creazione di nuove periferie urbane, svuotamento delle campagne, lotte relative alle libertà e alle restrizioni del corpo. 

Il percorso espositivo propone un’analisi delle speranze utopistiche messe a confronto con le esperienze distopiche dell’era moderna, con particolare attenzione al Mezzogiorno, oltre alla rappresentazione del sostanziale fallimento delle logiche, spesso violente, che muovono l’ideologia del progresso – fallimento anche di un sistema che si è sovraccaricato, di cui abbiamo vissuto la dimostrazione durante l’ultimo anno della pandemia. Dalle osservazioni nitide di Mimmo Jodice sulle periferie urbane, sulle architetture industriali e sui paesaggi del sud Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, agli omaggi fotografici di Antonio Biasiucci ai villaggi abbandonati e alla vita pastorale in Campania, fino alle indagini di Raffaela Mariniello e Ibrahim Mahama sullo spazio industriale di Bagnoli con la sua potente e tossica bellezza. Attraverso sei sezioni – Spazio Urbano, Spazio Rurale, Spazio Periferico, Spazio Industriale, Spazio Extraterritoriale e Spazio del Corpo – viene esplorato anche il potenziale dell’intervento artistico di aprire spazi di trasformazione all’interno di realtà distopiche, e di creare alternative. Joseph Beuys ha scritto sul manifesto della sua mostra a Napoli del 1971 (creato sulla base di un’opera fotografica qui in mostra): La rivoluzione siamo noi

L’ideologia moderna del progresso afferma la capacità degli esseri umani di rimodellare la propria vita e il proprio ambiente con l’aiuto della tecnologia e della scienza, creando nuove infrastrutture e dando accesso a servizi medici, all’educazione e al lavoro salariato. Nuove scelte e libertà erano le prospettive delle donne e degli individui emarginati o economicamente svantaggiati. Molti di loro si sono trovati isolati nelle periferie, in piccoli nuclei familiari e con un lavoro precario, mal pagato e spesso pericoloso. Aprire spazi di scambio e sperimentazione artistica nelle periferie è stata una delle grandi utopie che hanno animato diversi artisti nel contesto napoletano a partire dalla fine degli anni Sessanta. Esemplare è stato il lavoro di Riccardo Dalisi, che ha collaborato con gli artigiani e i giovani del Rione Traiano. Nello stesso periodo, Tomaso Binga ha interpretato, attraverso le sue opere, la visione mediatica dominante della donna come oggetto sessuale, lontana dall’indipendenza e dal rispetto dichiarato da una società che si proclamava progressista.Un gran numero di artiste e artisti ha cercato una via d’uscita da un apparente vicolo cieco, mettendo in discussione, in prospettiva storica, l’ordine costituito e le norme comunemente accettate. 

Dal periodo dell’unificazione d’Italia, vissuta spesso come l’indebita imposizione di un sistema economico e sociale settentrionale, l’esistenza di un sud svalorizzato e sfruttato viene rinforzata, come ci ricorda l’opera in mostra di Giulio Delvè, Viva il Brigantaggio. Il progresso e il sistema economico di crescita del capitale richiedono un’espansione costante, lavoro a basso costo, nuove risorse. Gli artisti Bianco-Valente lavorano con varie comunità sugli effetti nel Mezzogiorno di questo sistema, che ha portato all’espropriazione dei terreni, alla migrazione verso il nord e le grandi città, con la conseguenza della perdita delle radici, dell’identità culturale e della memoria. Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito il neoliberismo come “un programma di distruzione delle strutture collettive capaci di ostacolare la logica del mercato puro” (Le Monde diplomatique, dicembre 1998). Nonostante ciò, il sud si afferma come territorio dove queste strutture e valori vengono preservati e dove si celebra ancora, collettivamente, l’estrema bellezza e fragilità dell’esistenza: un territorio dove si può immaginare un altro futuro.

Gli artisti: Francesco Arena, Betty Bee, Joseph Beuys, Monica Biancardi, Bianco-Valente, Antonio Biasiucci, Tomaso Binga, Eduardo Castaldo, Tonino Casula, Patty Chang e David Kelley, Danilo Correale, Riccardo Dalisi, Alexandre de Cunha, Giulio Delvè, Maria Adele Del Vecchio, Romina De Novellis, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Bruna Esposito, Cherubino Gambardella, Eugenio Giliberti, Didi Gnocchi, Goldschmied & Chiari, Gruppo XX, John DiLeva Halpern, Rebecca Horn, Michele Iodice, Mimmo Jodice, Kiluanji Kia Henda, Désirée Klain e Matteo Antonelli, Maria Lai, Ibrahim Mahama, Domenico Antonio Mancini, Lina Mangiacapre, Umberto Manzo, Raffaela Mariniello, Margherita Moscardini, Raffaela Naldi Rossano, Temitayo Ogunbiyi, Catherine Opie, Giulio Paolini, Athena Papadopoulos, Perino & Vele, Felice Pignataro, Giulia Piscitelli, Paolo Puddu, Annalisa Ramondino, Justin Randolph Thompson, Francesco Rosi, Mathilde Rosier, Rosy Rox, Melita Rotondo, Roxy in the Box, Franco Silvestro, Eugenio Tibaldi.

 

Testi di sezione

Spazio urbano

Il celebre film di Francesco Rosi Le mani sulla città (1963) disamina la speculazione immobiliare a Napoli, definita da regista ‘grande capitale del sud’, nel secondo dopoguerra, svelando le collusioni tra potere economico e politico, e l’azione di coloro che hanno aggirato le leggi in nome del profitto. La sregolatezza delle istanze afferenti alla sfera pubblica viene evocata più recentemente con il pensiero laterale di Giulio Delvè, che con Carazia ricongiunge la dimensione umana dei rapporti familiari e quella autoritaria delle istituzioni tutelari. In The Game Danilo Correale mette in scena una partita di calcio a tre dove si vince solo se si impara a collaborare. Il denso tessuto della città in tutta la sua organicità è reso visibile anche da Cherubino Gambardella che parla di “Supernapoli, l’insediamento inconscio, la città sovrapposta, la metropoli che si muove entrando e uscendo dal corpo che la ospita. Tutto per impedire alla realtà di stabilire una supremazia sul presente, restituendo all’utopia il suo diritto ad esistere, come prassi democratica nel pensiero quotidiano”. La relazione e la partecipazione come paradigma per la creazione di uno spazio urbano condiviso resta un concetto utopico nella consapevolezza del divario tra centro e confine evocato da La periferia vi guarda con odio di Domenico Antonio Mancini. Una visione mediatica e cinematografica delle periferie è evocata ugualmente da Franco Silvestro; Raffaela Mariniello offre una sfumatura con la sua foto lightbox dei Quartieri Spagnoli nel centro di Napoli, rimasto un luogo popolare e vitale.

 

 

Spazio rurale

Nella definizione dello spazio rurale, si inizia con la domanda che Bianco-Valente ha deciso di formulare a tutti gli abitanti del paesino di Roccagloriosa nel Cilento: Cosa manca? Un interrogativo che nasce in seguito all’inesorabile abbandono del borgo da parte delle giovani generazioni. Le case coloniche svuotate e altri simboli di un vissuto rurale sono rievocati nei lavori di Antonio Biasiucci e Bruna Esposito. In Migrazioni di Michele Iodice il nido allude all’approdo precario dei braccianti extra-comunitari che svolgono lavori agricoli fondamentali, con cui l’artista ha collaborato nella realizzazione stessa dell’opera. Il sud rurale come sfondo di trasformazioni storiche, politiche ed economiche, ma anche come matrice possibile di un’altra realtà, è sottolineato in Viva il brigantaggio di Giulio Delvé, che documenta un’azione recente per riattivare la resistenza del periodo unitario. La performance Legarsi alla montagna di Maria Lai coinvolge nel 1981 gli abitanti di Ulassai, in provincia di Nuoro, nel ricostruire una relazione con il luogo e con la natura fondativa, in cui la quotidianità assume occasionalmente i tratti di un rito ermetico e metafisico. L’intreccio fra natura e sviluppo urbanistico organico viene indagato da Eugenio Tibaldi in Anthropogenic Herbarium: tavole naturalistiche giustapposte a piantine dei quartieri di Addis Abeba, con specie vegetali introdotte e costruzioni informali e incompiute.

Mimmo Jodice documenta, nella potente serie Gibellina, il progetto che, dopo il terremoto del Belice del 1968, ha coinvolto numerosi artisti nella ricostruzione e riqualificazione dell’area: un’utopia che appare vuota e desolata, in cui la natura ha irrimediabilmente il sopravvento sulle aspirazioni umane. In queste due sale, il mondo naturale viene letto come un insieme di forze che non rispondono alle logiche del capitale, e non possono quindi essere controllate attraverso le scienze ad esso intrinseche. Le massacre du printemps di Mathilde Rosier cita il balletto di Stravinsky, trasformando la “sagra” dedicata alla terra nel suo “massacro” ad opera dell’agricoltura industrializzata e di uno sfruttamento intensivo e tossico. Per ricreare una relazione con i ritmi e processi della terra, Eugenio Giliberti vede l’orto come ricerca artistica di lunga durata. Per creare le capsule di aria ricca di ossigeno della sua BREATHSCULPTURE, John DiLeva Halpern ha vissuto per dieci giorni in una struttura di vetro sigillata contenente diecimila piante, respirando una volta al minuto. Salvatore Emblema indaga le proprietà estetiche degli elementi naturali delle terre vesuviane: pietra lavica su tela, pigmenti naturali su alberi.

 

Spazio periferico

Per tutto il dopoguerra, le abitazioni della classe operaia urbana sono state relegate, insieme a quelle dei nuovi cittadini arrivati dalle campagne, in zone periferiche, allora campi agricoli, in un esilio forzato appena mitigato dalle promesse dell’INA-Casa. Nello stesso periodo, il boom della costruzione di strade e cavalcavia consegna la vita della comunità al secondo posto rispetto alla viabilità. Questi spazi periferici sono indagati esemplificando le pratiche utopiche di figure come Riccardo Dalisi, che per prime, alla fine degli anni Sessanta, vi hanno operato attraverso il coinvolgimento delle comunità locali con un gesto artistico multidisciplinare, in grado di sollecitare azioni e porsi come critica ai macrosistemi vigenti. Il lavoro di Dalisi con i ragazzi del Rione Traiano ha costituito un’esperienza progettuale e relazionale che ha dimostrato come arte e design possano avere un’impronta politica e sociale. Altrettanto forte l’impegno etico di Felice Pignataro, nato “per risvegliare le coscienze assopite” in un percorso iniziato a Secondigliano e successivamente a Scampia, e che trova la sua maggiore espressione nei murales, risultato di un lavoro collettivo e con le scuole del territorio.

 

Spazio industriale

L’ex stabilimento siderurgico di Bagnoli si trova in una parte della costa mediterranea riconosciuta sin dall’antichità greca per la sua unica bellezza, diventata sede del più inquinante tipo di industria. Nei duemila metri quadri prospicienti la baia di Pozzuoli si è svolta, dal 1910 al 1992, la produzione di massa di elementi in acciaio, che ha propagato un devastante inquinamento ambientale attraverso terra e mare, portando con sé, tra molti altri temi, il conflitto tra salute e condizioni di lavoro, tornato alla ribalta sotto una luce diversa nel 2020, durante la pandemia di Coronavirus. Importanti opere storiche di Mimmo Jodice e Raffaela Mariniello interpretano la storia del luogo, mettendo in contrasto il paradiso tossico della baia con le visioni di uno spazio industriale desolato. Red rivers e Garden of Eden dell’artista ghanese Ibrahim Mahama legano la città partenopea ad alcune aree dell’Africa occidentale, da dove proveniva parte del materiale impiegato nell’impianto siderurgico. Si svelano così le contraddizioni di un sistema economico mondiale che predica la libera circolazione, ma smista capitali e rifiuti tossici in direzioni diverse sugli assi nord-sud. Le due opere fanno parte di un più ampio progetto di Mahama, Parliament of Ghosts, che studia come le promesse utopiche di tecnologie e infrastrutture fallimentari del passato possano essere riattivate altrimenti nel presente.

 

Spazio extraterritoriale

Lo stato-nazione nell’epoca moderna promette agli individui un insieme di tutele connaturate ai diritti di base, legati al lavoro e ai bisogni primari. Le dinamiche del rapporto tra Nord e Sud raccontano un’altra storia, fatta di disuguaglianze strutturali e di estrazione. Spazi extragiudiziali, liminali e di confine: una serie di “extraterritorialità” in cui si incrociano vuoti etici, politici e sociali. Molti artisti guardano a queste realtà sospese anche in riferimento ai flussi verso nord. Nel progetto Inventory: the Fountains of Za’ atari Margherita Moscardini crea il catalogo visivo delle fontane nei cortili interni di un campo profughi in Giordania, affermazione di uno spazio intimo e accogliente. Francesco Arena commenta il dramma dell’immigrazione clandestina con Orizzonte, che ricostruisce il punto di vista, dal mare, della linea della terra. Finis Terrae di Monica Biancardi trae spunto dall’invisibilità del Kurdistan sulle mappe geografiche per porre il problema dei popoli apolidi. L’esilio interno di più di un milione di abitanti dei villaggi sfollati quando le loro case sono state sommerse dall’acqua durante la creazione dell’enorme diga idroelettrica delle Tre Gole nel sud della Cina, è evocato in maniera surrealista da Patty Chang e David Kelley nel progetto Flotsam Jetsam, che fantastica su un’esistenza alternativa sottomarina per esaminare il rapporto tra paesaggio, identità e memoria. La riflessione artistica sull’appartenenza ad un territorio viene espansa da Kiluanji Kia Henda al di là della Terra, verso nuove colonie e frontiere extra-planetarie, rispecchiando non solo le relazioni coloniali terrestri ma anche i progetti futuri di privatizzazione dello spazio, nel desiderio di sfruttare, ad esempio, le riserve marziane di litio.

 

 

Spazio del corpo

La promessa moderna di un progresso nel riconoscimento sociale per le donne e per altre persone discriminate per la loro sessualità o origine culturale diviene punto focale delle disamine artistiche e delle modalità di interazione pubblica e privata del corpo nello spazio. Il lavoro di collettivi come il Gruppo XX (dai cromosomi femminili, fondato a Napoli nel 1977), poneva con urgenza le manovre emarginanti del modello culturale patriarcale attraverso performance e azioni. Tomaso Binga inserisce lo scarto della scatola di polistirolo come meccanismo di visione ed esposizione di immagini estetizzanti dell’icona-donna, mentre Melita Rotondo fa calpestare la finta consuetudine di benevolenza femminile. Le generazioni successive di artiste ricercano modalità per sperimentare e affermare altre relazioni con la nozione di genere. La performance corporea è ripresa da Betty Bee e Rosy Rox, mentre Roxy In The Box filma Gennaro De Masco che interpreta una commovente versione gender fluid di Mater Annunciazione. Catherine Opie commenta l’iconografia della Madonna con bambino in un ritratto formale di suo figlio sulle ginocchia di sua nipote; le restrizioni dell’istituzione familiare e la creazione di un contro-rituale iconoclastico sono al centro della performance La Sacra Famiglia di Romina De Novellis. Nel film di Justin Randolph Thompson doan yu tell noone i did it, Antonella Bundu, Consigliera comunale di Firenze, performa il discorso tenuto dal primo presidente senegalese Léopold Sédar Senghor a Palazzo Vecchio nel 1962 contro il nazionalismo e la deumanizzazione e sulla necessità di restaurare principi etici ormai persi nelle culture imperialiste.

 

Sale finali

 

1.

Isolati sul verde albero splendono

fior di magnolia: delicati pensieri

nella notte umana. Il vento

intorno all’albero corre

e si lamenta

come un povero cane.

 

Non vedo che una pace

grigia, sopra una tenebra imponente.

 

Uragano sconvolse

questa povera terra.

Tu, albero, sei il monumento nero

delle nostre memorie, a cui di limpide

lacrime brilla sulla vetta un serto.

 

 

Anna Maria Ortese, ‘Alba’ in Poesia, anno VIII, Luglio/Agosto 1995, n. 86, Crocetti Editore, Milano

 

 

2.

Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione 

senti ormai che essa non conduce 

a nuova aridità, ma a vecchia passione.

 

E ti perdi allora in questa luce 

che rade, con la pioggia, d’improvviso 

zolle di salvia rossa, case sudice.

 

Ti perdi nel vecchio paradiso 

che qui fuori sui crinali di lava 

dà un celeste, benché umano, viso

 

all’orizzonte dove nella bava 

grigia si perde Napoli, ai meridiani 

temporali, che il sereno invadono,

 

uno sui monti del Lazio, già lontani, 

l’altro su questa terra abbandonata 

agli sporchi orti, ai pantani,

 

ai villaggi grandi come città. 

Si confondono la pioggia e il sole 

in una gioia ch’è forse conservata

 

– come una scheggia dell’altra storia, 

non più nostra – in fondo al cuore 

di questi poveri viaggiatori:

 

vivi, soltanto vivi, nel calore 

che fa più grande della storia la vita. 

Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

 

 

Pier Paolo Pasolini, estratto da ‘La Terra di Lavoro’, Le ceneri di Gramsci (1957), Garzanti Editore, Milano