»MARIO SCHIFANO»

Mario Schifano (Homs, Libia, 1934 – Roma, 1998), spirito inquieto ed artista straordinariamente prolifico, è stato un instancabile sperimentatore della pluralità dei linguaggi pittorici: dai primi monocromi degli anni Sessanta ad una personale riappropriazione Pop della cultura di massa, dalla “riscoperta” della pittura alla sintesi fra pittura e multimedialità. I suoi esordi, situati ancora nell’ambito della ricerca informale, già testimoniano una non comune felicità cromatica. Successivamente dipinge quadri monocromi, il dipinto diventa “schermo”: oggetto trasformato, o meglio trasfigurato, da funzione ad icona, superficie di un evento negato in cui, più tardi, affiorano cifre, lettere e frammenti segnici prelevati dalla civiltà consumistica, secondo una sensibilità autonoma ma consapevole della Pop art americana, che l’artista conosce già nel 1962, a seguito di un viaggio negli Stati Uniti, dove è colpito dall’opera di Jim Dine, Andy Warhol e Jasper Johns.
Le sue prime esperienze cinematografiche, portate avanti parallelamente a quelle pittoriche, risalgono al 1964, e da queste si evince l’attenzione critica che l’artista presta all’ininterrotto flusso di immagini prodotto dalla civiltà tecnologica in cui il reale viene progressivamente sostituito dal suo “doppio”, sia esso fotografico, televisivo o cinematografico.
Nel segno dell’ironia si riappropria di elementi figurativi: è la fase dei Paesaggi anemici, delle marine, degli scorci urbani. Parallelamente si dedica alla rivisitazione della storia dell’arte: Piero della Francesca e Malevič, Duchamp e Picabia, Balla e i Futuristi. Negli anni Settanta l’ossessione per la televisione, onnivoro diaframma visivo che restituisce simulacri della realtà. L’approccio cinematico di Schifano, oltre l’apparenza politica e sociologica che rimanda alla costruzione documentaristica, svela tuttavia il perdurare di un interesse pittorico e spaziale, strettamente connesso a quello mediale, attraverso il quale indaga i codici e i linguaggi dell’arte. La sua filmografia ingloba nella sua illusoria realtà le dichiarazioni del gesto e del corpo (Carol + Bill, 1964); la dilatazione dell’ambiente di relazione (Roma invasa dai turisti in Souvenir, 1964); le astrazioni percettive (Film, 1967); l’impegno politico (Vietnam, 1967); le situazioni intersoggettive (Schifano, 1967) e la trilogia composta da Satellite (1968), Umano non Umano (1969) e Trapianto consunzione e morte di Franco Brocani (1969), film che nel loro complesso possono essere interpretati come un viaggio onirico dell’artista “alla ricerca dell’uomo”. A Napoli la sua presenza è legata all’attività, fra l’altro, della Galleria il Centro e poi di Lucio Amelio.

Realizzato in diverse versioni, Alla Balla (1963) è tra le opere di maggior rilievo del periodo “futurista” di Mario Schifano, un suo personale omaggio a Giacomo Balla. Ispirato al celebre Bambina che corre sul balcone (1912), ne accentua il taglio fotografico, concentrando la composizione sul dettaglio dei piedi, “bloccati” nella ripetizione andamentale del movimento in sequenze. In quest’opera Schifano sembra voler rilanciare la riflessione sul movimento che Balla studiava, tra l’altro, negli stessi anni di Marcel Duchamp (Nudo che scende le scale n. 2 è analogamente realizzato nel 1912). Entrambi gli artisti partivano, per gli studi alla base delle loro composizioni, dalle cronofotografie di Etienne-Jules Marey e di Eadweard Muybridge (sua una famosa serie fotografica che riprende lo stesso soggetto di Balla e Duchamp, Donna che scende le scale, 1887).
Come si deduce anche da altre opere dell’artista ispirate al Futurismo – come When I Remember Giacomo Balla (1964, esposta quello stesso anno alla XXXII Biennale di Venezia) e le molteplici versioni di Futurismo rivisitato a colori (1965) basate sulla celebre foto che ritrae, nel 1912 a Parigi, Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Gino Severini – la scelta di Schifano di “rivisitare” il Futurismo corrisponde a un desiderio di esplorazione delle potenzialità espressive immaginifiche e cortocircuitanti della pittura, ed è almeno in parte riconducibile a quell’attività storico-critica che, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, torna a concentrarsi sullo studio di questo movimento, al di là di ogni stereotipo ideologico, ad opera di studiosi quali Giulio Carlo Argan e Maurizio Calvesi.

EV

Il museo è aperto fino alle 20.00

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