Gli anni. Capitolo 3

A cura di Eva Fabbris in collaborazione con Marta Federici, Laura Mariano e Alberta Romano

09.07 — 05.10.2026

Orari e biglietti

Valerio Adami, Carlo Alfano, Nanni Balestrini, Stefania Carlotti, Francesco Clemente, Cheryl Donegan, Peter Fischli, Sylvie Fleury, Elisa Giardina Papa, Thomas Hirschhorn, Ilya e Emilia Kabakov, Sean Landers, Rosa Panaro, Giulia Piscitelli, Pipilotti Rist, Grazia Toderi, Lorenzo Scotto di Luzio, Jordan Wolfson e Lorenzo Coletta con Amin Dolcezza (ex De Cupis & MIIN- – -AMOR), Contropotere, Radford Electronics, Renato Grieco. La mostra include inoltre un’opera sonora di Hira Nabi, parte di Soundshapes — progetto curatoriale di Carolin Köchling e Julia Grosse.

Il formato espositivo in progress Gli anni si sviluppa in capitoli ed è dedicato all’esplorazione di episodi di storia dell’arte dei decenni più recenti a Napoli. La collezione del Madre dialoga con importanti collezioni pubbliche e private, principalmente della città, per evocare, attraverso opere emblematiche, momenti e produzioni artistiche che hanno segnato questo territorio. Il titolo Gli anni rimanda all’omonimo romanzo della scrittrice Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura 2022, nel quale la descrizione di fotografie e la memoria di momenti significativi di una singola vita diventano insieme affresco autobiografico e cronaca collettiva. Il romanzo suggerisce che immagini e ricordi privati siano destinati a dissolversi nel flusso della storia; la mostra propone invece di considerare le opere d’arte come un antidoto a questa scomparsa. Superata l’urgenza del presente entro cui sono state concepite, le opere continuano infatti a raccontare non solo la propria ricerca estetica e linguistica, ma anche il contesto in cui sono state prodotte ed esposte. Allo stesso modo, le collezioni che le custodiscono possono essere intese come depositi di storie, avvenimenti e stratificazioni appartenenti a una memoria condivisa.

Come la struttura dei ricordi, la narrazione costruita in ciascun capitolo de Gli anni non segue un andamento cronologico lineare, ma si articola attraverso momenti ed episodi differenti, segnalati da poster che riportano gli anni in cui le opere selezionate sono state esposte in Campania per la prima volta. Con questo terzo capitolo, Gli anni assume una configurazione ancora più diffusa negli spazi del museo, coinvolgendo non solo il secondo piano, ma anche l’ingresso, la Sala Madre e parte della Sala Colonne, secondo una logica di attraversamento che trasforma l’istituzione in un campo espositivo esteso e non gerarchico.

Grazie a un processo di ricerca consolidatosi capitolo dopo capitolo, Gli anni individua opere non solo di straordinaria rilevanza storico-artistica, ma anche capaci di offrire letture stratificate e ancora profondamente risonanti nell’attualità delle trasformazioni culturali, sociali e geopolitiche degli ultimi decenni. Nel primo capitolo, ad esempio, l’opera di Luciano Fabro Nord, Sud, Est, Ovest giocano a Shangai (1989) ricordava l’apertura del Museo di Capodimonte alla ricerca artistica contemporanea, lasciando emergere al contempo, fin dal titolo, le tensioni politiche di un anno simbolico della fine degli anni Ottanta. Nel secondo capitolo, la presenza di Rashid Johnson – allora agli inizi del proprio percorso e oggi tra le figure più riconosciute della scena internazionale – restituiva il carattere pionieristico del lavoro svolto da gallerie come quella di Francesco Annarumma, mentre portava in primo piano istanze della cultura e della storia afroamericane. In continuità con questa linea di ricerca, il terzo capitolo include opere che fanno emergere le fratture dei conflitti che continuano ad attraversare il presente, dai territori dell’Europa al Medio Oriente, come The Sick Child di Ilya ed Emilia Kabakov, allestista nel 2000 alla Galleria Lia Rumma, che riflette sulla fragilità dell’infanzia, del corpo e della memoria attraverso una messa in scena profondamente radicata nel contesto sociale e culturale sovietico in cui i due artisti sono nati; e The Green Coffin di Thomas Hirschhorn, una scultura-ambiente esposta per la prima volta presso la galleria Alfonso Artiaco nel 2006, che interroga il rapporto tra arte, ritualità commemorativa e spazio pubblico, raffigurando il feretro del leader politico palestinese Yasser Arafat sollevato da una moltitudine di mani.

Gli anni prosegue il lavoro di valorizzazione della collezione del Madre, da cui sono scelte opere come la grande tela di Francesco Clemente, donata dall’artista al museo nel 2009, e l’installazione di Carlo Alfano, concepita per la sua personale alla Modern Art Agency di Lucio Amelio nel 1970. Allo stesso tempo si testimonia quanto la collezione venga incrementata, con nuove acquisizioni qui presentate al pubblico, come  Cool Memories (2023) di Lorenzo Scotto di Luzio – già incluso ne Gli anni. Capitolo 2 – e She Flickered In and Out of History (2026) di Elisa Giardina Papa, entrate a far parte della collezione grazie rispettivamente alla vittoria dei bandi PAC Piano per l’Arte Contemporanea (2024) e Italian Council 13 (2024) della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura; si affianca a queste Jiem-No-Pedti (2005) di Jordan Wolfson, esposta per la prima volta a Napoli presso la galleria T293, e ora acquisita tramite donazione privata.

Come in ogni capitolo, un artista napoletano è inoltre invitato a studiare la collezione del museo e a curare una stanza proprio a partire da una personale selezione di opere da essa provenienti. Per questa iterazione de Gli anni, Lorenzo Coletta individua il lavoro Tristanoil (2012) di Nanni Balestrini e lo mette in dialogo con le pratiche di artisti sonori appartenenti a generazioni differenti, proponendo una riflessione sulla possibilità di immaginare temporalità profonde e realtà eccedenti la centralità dell’umano.

Una delle novità che caratterizza il terzo capitolo de Gli anni è la crescente attenzione verso pratiche artistiche e curatoriali che lavorano nell’oggi, a sottolineare come il museo non possa essere inteso unicamente come archivio della memoria, ma come organismo vivo e in trasformazione. In questa prospettiva si inseriscono le presenze di un artista internazionalmente riconosciuto come Peter Fischli, qui alla sua prima esposizione a Napoli, e di Stefania Carlotti, anch’essa alla sua prima esperienza espositiva in città, così come il progetto Soundshapes, a cura di Carolin Köchling e Julia Grosse, che porta al Madre un’opera inedita dell’artista Hira Nabi.

Gli anni. Capitolo 3 dedica inoltre particolare attenzione alla sperimentazione con i linguaggi artistici e alla dimensione interdisciplinare. Viene proposta una ricostruzione della mostra di lavori video Audience 0.01, a cura di Helena Kontova, tenutasi nel 1993 presso la galleria Vera Vita Gioia, che racconta i nuovi approcci al video d’artista negli anni Novanta, lasciando emergere una significativa prospettiva di genere, attraverso l’ampio spazio riservato alle pratiche di artiste donne. Una stanza è dedicata all’esperienza della rivista Collant. I giorni dell’arte attuale, progetto al contempo artistico ed editoriale avviato a metà degli anni Novanta da Giuseppe Migliore, in arte Argento, raccontato attraverso lo sguardo e l’archivio privato di Giulia Piscitelli. Infine, un nucleo di opere restituisce il progetto sviluppato da Valerio Adami, invitato nel 2003 a realizzare le scenografie de L’Olandese volante al Teatro di San Carlo, evidenziando (grazie ai generosi prestiti dalla Fondazione Teatro di San Carlo – Archivio Storico e Museo MeMus, dell’Archivio dell’artista, nonché del Nouveau Musée National de Monaco di Montecarlo) uno straordinario momento di dialogo tra arti visive e teatro all’interno della tradizione culturale napoletana.

In continuità con il capitolo precedente, le opere di fondamentale importanza storico-artistica Rosa Panaro, già incluse nei capitoli precedenti insieme a quella di Alfano e Scotto Di Luzio, compaiono nuovamente nel percorso espositivo.

Affinché ciascuna opera diventi non solo emblema di una ricerca artistica e di uno specifico momento storico e politico, ma anche antidoto alla dispersione della memoria condivisa evocata da Ernaux, la mostra individua nel public program un elemento costitutivo. Durante il periodo espositivo, incontri, conversazioni e visite restituiscono la vivacità della scena artistica napoletana nella storia dell’arte recente, collocandola all’interno di una più ampia prospettiva storiografica. Le opere esposte diventano così un palinsesto sul quale costruire narrazioni storico-artistiche, politiche, antropologiche e sociologiche in linea con una concezione del museo come luogo di produzione di pensiero transdisciplinare.