FRANCOIS KNOETZE

Città del Capo, Sudafrica (1989), vive e lavora a Città del Capo

Bethesda_defrag  2021

HD video, 22’32”

Commissionato per Rethinking Nature

Courtesy dell’artista

François Knoetze è un artista performativo, scultore e regista noto per i suoi costumi scultorei e i suoi video essay sul futuro e la tecnologia. Bethesda_defrag unisce ricerca artistica, pedagogia, speculazione, attivismo e filmmaking ed è ambientato nella piccola città di Nieu Bethesda, nel deserto sudafricano del Karoo, che vanta il più alto numero di fossili indisturbati del mondo, tra cui i resti di tre estinzioni di massa. Il lavoro è una meditazione sul dislocamento forzato e la resistenza contro la cancellazione della memoria collettiva. Nel film scorrono immagini ritrovate in un hard disk fossilizzato che svelano il legame tra ecocidio e genocidio. Tentando di ricollocare le discipline della geologia e della paleontologia, Knoetze analizza come la ‘geologia bianca’ continui a propagare immaginari che organizzano l’essere neri come una stratificazione e una barriera che ostacola l’estrazione delle risorse e come i regimi politici e accademici considerino gli indigeni come ‘fossili viventi’, sopravvissuti fuori dal tempo, come rappresentanti di antenati umani o di una storia naturale vivente. L’opera svela la violenza insita nell’imposizione costante nella filosofia illuminista europea di una divisione tra natura e cultura che si articola lungo linee razziali e permette l’estrazione di risorse e del lavoro. Knoetze combina materiale d’archivio con la documentazione di una serie di workshop che hanno coinvolto membri della comunità locale, guide specializzate in fossili, attivisti climatici e bambini. Attingendo alla teoria critica di Kathryn Yusoff, Mohamed Adhikari e Alexis Pauline Gumbs, Bethesda_defrag va oltre le minacce che riguardano la fragile ecologia della città per tracciare le origini della crisi climatica contemporanea, documentare atti di sopravvivenza e immaginare futuri possibili.

Dichiarazione dell’artista

Definisco i miei video come saggi psicografici o costellazioni rizomatiche, all’interno dei quali gli spettatori possono creare le loro associazioni. In quanto ricercatore di materiali dismessi e found footage, sono interessato alle impronte e alle tracce che le cose lasciano, e a considerare la Terra come un archivio delle attività e dei processi registrati sulla sua superficie. Ho passato la mia infanzia a guardare la televisione e a giocare al computer. Penso che questo mi abbia reso consapevole delle ideologie insite nei mass media, come la retorica verde degli anni ’90, che aveva lo scopo di “ambientalizzare” i bambini. Nel mio lavoro, tento di disfare le soluzioni semplicistiche e individualistiche che sono usualmente indicate per far fronte a problemi complessi. Oggi il futuro più promettente nell’immaginario mainstream collettivo è quello di abbandonare la Terra per colonizzare Marte o diventare immortali caricando le nostre menti su delle macchine. Sembra che gli stessi responsabili del cambiamento climatico siano quelli che stanno comprando i primi biglietti per garantirsi un posto a bordo, o costruendosi dei bunker. Di fronte alla crisi climatica, negli ultimi anni la conoscenza delle popolazioni locali e indigene è stata riconosciuta come un’importante fonte di sapere climatico e di strategie di adattamento. Credo che il ripensamento della natura richieda atti di immaginazione radicale, di immaginare nuovamente il nostro modo di relazionarci con la terra su cui ci troviamo, con le tracce che lasciamo e le connessioni che creiamo.