Jan Fabre, The Man Who Measures the Clouds / L’uomo che misura le nuvole, 2018. Courtesy l’artista; Studio Trisorio, Napoli. Veduta dell’installazione al museo Madre, Napoli, nell’ambito della mostra Jan Fabre. Oro Rosso, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli (30.03.19-30.09.19). Foto © Amedeo Benestante.

Jan Fabre

L’uomo che misura le nuvole

30.03 — 30.09.2019

Orari e biglietti

Jan Fabre torna a Napoli con Oro Rosso, un progetto che coinvolge, con il Madre, tre luoghi della cultura: il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Pio Monte della Misericordia e la galleria Studio Trisorio.

Nell’ambito della mostra Jan Fabre. Oro Rosso, il Madre presenta in anteprima, a cura di Andrea Viliani, Melania Rossi e Laura Trisorio, un’inedita versione in marmo di Carrara dell’iconica scultura L’uomo che misura le nuvole (2018), allestita nel Cortile d’onore del museo. Dopo la presentazione della versione in bronzo di questa scultura in Piazza del Plebiscito nel 2008 e sul terrazzo del Madre nel 2017, Fabre torna a celebrare la capacità di immaginare, sognare e conoscere, elevandosi oltre il nostro destino di esseri umani. Come artista, Fabre tenta costantemente, infatti, di “misurare le nuvole”, ovvero di dichiarare con la sua opera che se la tensione verso il sapere ha limiti invalicabili è però possibile esprimere l’inesprimibile attraverso la ricerca artistica, e dare così rappresentazione all’intrinseca e fondativa bellezza umana e universale.

Al Museo e Real Bosco di Capodimonte, il progetto si articola in Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue, a cura di Stefano Causa con Blandine Gwizdala. La mostra presenta un gruppo di lavori di Fabre in dialogo con una selezione speciale di opere d’arte provenienti dalla collezione permanente del museo di Capodimonte e da altre istituzioni museali napoletane. In esposizione sculture in oro e disegni di sangue creati dall’artista dagli anni Settanta ad oggi, oltre a una serie inedita e sorprendente di sculture in corallo rosso, realizzata appositamente per Capodimonte, in dialogo con alcuni capolavori pittorici e splendidi oggetti d’arte decorativa di epoca rinascimentale, manierista e barocca selezionati Stefano Causa.

La chiesa del Pio Monte della Misericordia ospita la scultura di The man who bears the cross (L’uomo che sorregge la croce) (2015), a cura di Melania Rossi, posta in dialogo diretto con il capolavoro di Caravaggio Sette opere di Misericordia (1606-1607). La scultura, realizzata completamente in cera, è un autoritratto dell’artista, basato sui tratti somatici dello zio Jaak Fabre, che tiene in bilico una croce di oltre due metri sul palmo della mano. Nel rituale auto-rappresentativo l’artista esce da sé stesso e diviene qualunque uomo, lo specchio di ognuno di noi.

Presso la storica galleria Studio Trisorio in mostra una selezione di opere di Fabre realizzate completamente con gusci di scarabei iridescenti. Tribute to Hieronymus Bosch in Congo (Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo), a cura di Melania Rossi e Laura Trisorio, presenta grandi pannelli e sculture a mosaico di scarabei ispirati alla triste e violenta storia della colonizzazione del Congo belga. In queste opere, l’ispirazione storica si unisce alla simbologia medioevale evocando uno dei più grandi maestri fiamminghi, Hieronymus Bosch, e in particolare dal suo capolavoro Il Giardino delle Delizie (1480-1490). Fabre ci porta, così, in una zona indefinita tra il Paradiso e il Congo belga, in un’illusione di libertà, in un luogo lontano, sia mitico che concreto, attraverso una polisemia di immagini dell’esistenza umana.

Jan Fabre (1958, Anversa) – artista visivo, teatrale e autore – è una delle figure più affascinanti, complete e complesse della ricerca artistica contemporanea. A partire dagli anni Settanta, ancora studente, prima presso l’Istituto di Arti Decorative e Belle Arti e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Anversa, intraprende un percorso di ricerca interdisciplinare dedicato all’esplorazione delle modalità più idonee per raggiungere il dominio del corpo umano e delle sue manifestazioni attraverso tecniche, materiali e linguaggi in costante evoluzione e mutamento. Sapiente utilizzatore anche delle potenzialità del teatro, delle pratiche della narrazione e della messa in scena, Fabre esplora la vita umana e le sue multiformi espressioni in un dialogo incessante tra il pubblico e se stesso, combinando danza, musica, opera, performance e improvvisazione.

Nel 1984, con l’invito a realizzare uno spettacolo per la Biennale di Venezia intitolato The Power of Theatrical Madness (maratona caratterizzata dalla contaminazione dei linguaggi visivi e performativi della durata di 4 ore e 20 minuti), la sua pratica improntata sull’idea di metamorfosi dell’esistente si impone a livello internazionale. Il rapporto con il corpo è indissolubilmente connesso all’interesse per altre discipline e forme di conoscenza, a partire dalla contaminazione tra elementi percettivi sia del mondo sensoriale che di quello spirituale. Fabre permette così alla filosofia, alla religione e alla scienza di penetrare le sue opere in cui incorpora e trascende, con un approccio contemporaneo, temi e concetti della tradizione fiamminga: il riferimento a artisti quali Hieronymus Bosch, Jan van Eyck, Pieter Bruegel si rigenera quindi attraverso una pratica dedicata alla celebrazione della fragilità e al contempo della solidità della bellezza dell’uomo e del mondo nei suoi processi interconnessi. L’artista stesso afferma: “Tutti possono essere modellati, curvati e formati con un sorprendente grado di libertà”.  In tale contesto si colloca anche la sua produzione scultorea, in cui la proposizione di gesti comuni e azioni prive di plasticità si configura in monumentali calchi corporali in cui Fabre ritrae se stesso.

Tra le mostre personali dell’artista figurano Homo Faber (KMSKA, Anversa, 2006), From the Cellar to the Attic – From the Feet to the Brain (Kunsthaus Bregenz, 2008; Arsenale Novissimo, Venezia, 2009), PIETAS (Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia, 2011; Parkloods Park Spoor Noord, Anversa, 2012), Hortus/Corpus (Kröller-Müller Museum, Otterlo, 2011), Stigmata, azioni e performance, 1976-2013 (MAXXI, Roma, 2013; MUHKA, Anversa, 2015; MAC, Lione, 2016). Fabre è stato inoltre il primo artista vivente a presentare un’estesa mostra personale al Louvre di Parigi, L’ange de la métamorphose (2008). La serie The Hour Blue, 1977-1992, è stata esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna (2011), al Musée d’Art Moderne di Saint-Étienne (2012) e al Busan Museum of Art (2013). Le due serie di mosaici realizzati con le elitre dello scarabeo gioiello, Tribute to Hieronymus Bosch in Congo, 2011-2013, e Tribute to Belgian Congo, 2010-2013, sono stati presentati al Pinchuk Art Centre di Kiev e al Palais des Beaux-Arts di Lille (2013), oltre che a ‘s-Hertogenbosch (2016) per la celebrazione del 500° anniversario di Hieronymus Bosch, anno in cui Fabre presenta anche una imponente mostra personale, Knight of Despair/Warrior of Beauty, all’Hermitage di San Pietroburgo. Nel 2016 inaugura inoltre Jan Fabre. Spiritual Guards, presso Forte Belvedere, Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio a Firenze, e nel 2017 Jan Fabre. Glass and Bone Sculptures 1977- 2017, retrospettiva dedicata ai lavori in ossa e vetro, presso l’Abbazia di San Gregorio a Venezia. Nel 2019 la personale Jan Fabre. Oro Rosso viene ospitata a Napoli dal Museo e Real Bosco di Capodimonte e da Pio Monte della Misericordia, museo Madre e Studio Trisorio.

Nel 2008 una galleria di cinque personaggi/autoritratto a grandezza naturale era stata esposta a Napoli – all’interno dell’emiciclo di Piazza del Plebiscito, su uno dei terrazzi di Palazzo Reale e sotto il colonnato della Basilica di San Francesco di Paola – componendo la mostra Il ragazzo con la luna e le stelle sulla testa, a cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato. Ogni scultura interpretava un ruolo in relazione all’immaginario della città: L’uomo che accende il fuoco (1999), L’uomo che misura le nuvole (1998), L’uomo che piange e ride (2005), L’astronauta che dirige il mare (2006), L’uomo che scrive sull’acqua (2006). Nel 2017 una nuova versione in bronzo al silicio di L’uomo che misura le nuvole (Versione americana, diciotto anni in più), 1998-2016, era inoltre stata allestita sulla terrazza del Madre, nell’ambito del progetto Per_formare una collezione e in concomitanza con la presentazione della sala monografica dedicata all’artista dal Museo e Real Bosco di Capodimonte. La versione in marmo bianco di Carrara di L’uomo che misura le nuvole, 2018, viene allestita al Madre, nel cortile centrale, contestualmente all’inaugurazione della mostra Jan Fabre. Oro Rosso.

L’opera è ispirata dall’affermazione che l’ornitologo Robert Stroud pronunciò nel momento della liberazione dalla prigione di Alcatraz, quando dichiarò che si sarebbe d’ora in poi dedicato appunto a “misurare le nuvole”. Oltre alla citazione, che colloca l’opera in un ambito storico e scientifico definito, in questo caso l’utilizzo dell’autoritratto ha un ulteriore riferimento di matrice biografica, in quanto l’opera è un omaggio al fratello minore dell’artista, sognatore deceduto prematuramente. Il volto ritratto è quello del fratello Emiel, scomparso a soli cinque anni. Nell’opera è invecchiato, così da somigliare all’artista, il cui nome completo è appunto Jan Emiel Constant Fabre. La messa in scena di un’assenza memoriale che si impone come presenza scultorea diventa il doppio metaforico di entrambe le personalità rappresentate, la cui unione genera un’energia inter-individuale che diviene movimento vitale, pur nella staticità della forma scultorea. Esprimendo inoltre la sensazione di pianificare l’impossibile (appunto il tentativo di misurare un’entità mutevole e incostante come le nuvole), Fabre riflette sullo statuto stesso della ricerca dell’artista, assimilata alla pretesa dello scienziato di travalicare il limite umano della conoscenza. Come artista e ricercatore Fabre tenta costantemente, in effetti, di “misurare le nuvole”, ammettendo e dichiarando con la sua opera che la tensione verso il sapere ha limiti invalicabili che, però, è possibile accostare e affrontare proprio attraverso la sperimentazione, in cui esprimere l’inesprimibile senza tradirne, come l’artista stesso dichiara, l’intrinseca e fondativa bellezza umana e universale.