»Maria Lai»

Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013) è stata una delle voci più singolari dell’arte italiana dal secondo dopoguerra in poi.
La sua particolare attitudine per il disegno la porta a iscriversi, nel 1939, all’Accademia di Belle Arti di Venezia, unica donna in quegli anni a studiare scultura con Arturo Martini. A partire dagli anni cinquanta è a Roma, dove ha l’occasione di essere testimone di varie ricerche artistiche contemporanee, prima attraverso i contatti con l’Informale e poi, nel decennio successivo, assistendo all’emergere dell’Arte Povera e dell’Arte Concettuale. Anche da questi movimenti Maria Lai trarrà un interesse per la relazione con i materiali – sia organici sia legati a una civiltà preindustriale – e con il gesto inteso come processualità, filtrando queste suggestioni attraverso una sensibilità assolutamente individuale.
Nonostante gli anni sessanta siano un periodo di intense collaborazioni, Maria Lai sente emergere una sempre maggiore distanza dagli ambienti artistici e una più profonda vicinanza con gli ambiti della letteratura e della poesia, attraverso la frequentazione di autori come Giuseppe Dessì, che ricopre un ruolo fondamentale nella formazione dell’artista, facendole riscoprire il valore delle leggende e della storia della Sardegna. Da questo momento la relazione con le tradizioni della sua terra diventa centrale nel lavoro dell’artista, in un impianto concettuale di matrice antropologica: accanto al disegno, infatti, la sua produzione si arricchisce di soggetti e di materiali vicini a una cultura millenaria e popolare, come nel caso delle sculture di pane, in sé un prodotto deperibile e povero, legato alla quotidianità e al lavoro femminile.
Durante il corso degli anni settanta l’artista realizza inoltre una serie di opere centrali per lo sviluppo del suo linguaggio: i cosiddetti Telai, opere in cui pittura e scultura si incontrano e nelle quali la tradizione millenaria della tessitura si apre a nuove potenzialità compositive. La struttura stessa del telaio, i filati e la disposizione della trama e dell’ordito sono tutti elementi che l’artista interpreta e rielabora con assoluta libertà compositiva, evocando così l’intimità e la cura quotidiana di un mondo di gesti femminili, e producendo opere in cui astrazione e paesaggio, colore e materia, gesto e composizione si fondono tra loro.
Per quanto i Telai siano opere tridimensionali raramente esse abbandonano la dimensione del quadro, come nel caso di Ricucire il mondo (2008), l’opera presente nella collezione del Madre: in questa, come in altre opere, la tecnica e gli strumenti della tessitura sono trasformati in un linguaggio formale che dialoga idealmente con le esperienze di artiste come Anni Albers, Louise Bourgeois e Greta Bratescu.
Le Geografie e i Libri sono le serie cui l’artista si dedica dalla fine degli anni settanta: nel caso delle prime il racconto è organizzato intorno ad ampie composizioni realizzate con stoffe e ricami che rappresentano pianeti, geografie e costellazioni immaginarie, mentre i Libri rappresentano uno degli aspetti più noti della produzione dell’artista (che, nel 1978, presenta l’ormai celeberrimo Libro Scalpo alla Biennale di Venezia), di cui l’opera La leggenda del Sardus Pater (1990), esposta nella collezione del Madre, è uno degli esemplari più importanti.
Qui il legame tra tessitura, ricamo e scrittura diventa intenso e profondo, l’eco di una relazione antica che evoca gli albori della narrazione. In tutta l’opera di Maria Lai il gesto della tessitura diventa una meditazione condotta in solitudine, una riflessione intima sul senso della comunità, della storia e della tradizione, il tentativo poetico di ricostituire un legame tra un passato arcaico e un presente in cui la memoria e la sua trasmissione appaiono perdere valore.
L’istanza comunitaria, relazionale e memoriale trova una summa negli interventi ambientali dell’artista, come in occasione di Legarsi alla montagna (Ulassai, 1981), opera-azione che univa letteralmente un’intera comunità attraverso esili fili colorati, commentando la quale il critico Filiberto Menna scrisse: “è stato l’intero paese a ricostruire una rete di relazioni legando casa a casa, porta a porta, finestra a finestra e soprattutto persona a persona […] qui, l’arte riuscita là dove religione e politica non erano riuscite a fare altrettanto…”.

AR

Il museo è chiuso, aprirà alle 10.00

Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato 10.00 ⋅ 19.30 — Domenica 10.00 ⋅ 20.00
La biglietteria chiude un'ora prima / Martedì chiuso / Lunedì ingresso gratuito