Marina Abramović

Marina Abramović, THE KITCHEN V Carrying Milk, 2009. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. | Marina Abramović, THE KITCHEN V Carrying Milk, 2009. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli. On loan to Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Photo © Amedeo Benestante.

Marina Abramović (Belgrado, ex Jugoslavia, 1946) è una delle più autorevoli esponenti della ricerca performativa internazionale, decana di tutte le forme d’espressività legate al corpo e da esso derivanti, rinnovate continuamente dall’artista fino agli anni più recenti. È il caso unico di un’artista che ha utilizzato negli ultimi quarant’anni – ininterrottamente – la performance come medium di espressione privilegiato, declinandola in tutte le sue forme e determinandone inevitabilmente la storia, gli esiti e gli sviluppi, ma nello stesso tempo condizionandoli e forzandoli fino a farne deflagrare consapevolmente i confini.

Il rapporto tra arte e vita è un elemento fondante del suo lavoro, in cui la vicenda artistico esistenziale di Abramović rimanda alla relazione osmotica tra la storia dell’artista e la storia stessa della performance che la accompagna. Si pensi alle azioni radicali risalenti alla prima metà degli anni Settanta, dove l’artista più volte spinge all’estremo i propri limiti fisici e psicologici e mette a repentaglio la sua stessa sopravvivenza (Rhytmh 5, Centro Studentesco Giovanile, Belgrado, 1972; Rhytmh 0, Studio Morra, Napoli, 1975). Si pensi al lungo sodalizio con Ulay (Frank Uwe Laysiepen), sintesi luminosa di totale coincidenza fra arte e vita, di fusione simbiotica d’intenti che resta, a tutt’oggi, un caso isolato nella storia delle arti performative (Relation in Space, 37a Biennale di Venezia, 1976; Imponderabilia, GAM, Bologna, 1977; The Lovers: The Great Wall Walk, 1989). Si pensi ancora al doloroso riattraversamento dei miti e dei drammi balcanici, un percorso scandito da lavori che si situano tra il tono tragico di Balkan Baroque (che vale all’artista il Leone d’Oro alla 47a Biennale di Venezia, 1997) e quello satirico di Balkan Erotic Epic (2005).

In anni più recenti, Abramović si è concentrata su un’“etica della ricreazione” (emblematico al riguardo Seven Easy Pieces, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, 2005), indagando la complessità concettuale legata al “re-enactment” e alla “re-performance”, ed il passaggio ad una dimensione più meditativa, volta alla ricerca di un’espansione energetica della percezione, che ha portato l’artista all’elaborazione di lavori come The Artist Is Present (MoMA, New York, 2010), The Abramović Method (PAC, Milano, 2012), 512 Hours (Serpentine Gallery, Londra, 2014); Common Ground (SESC Pompeia, San Paolo, 2015).

Il progetto The Kitchen (2009), cui appartiene il video Carrying the Milk in collezione, è ambientato negli spazi di una cucina che faceva parte di un convento gestito anticamente da suore certosine, rimodernato sotto il regime di Franco. L’opera nasce come un omaggio a Santa Teresa d’Avila, che proprio in una cucina sperimentava la levitazione. Il video è l’estratto di un’azione durata dodici ore, in cui l’artista risemantizza il dispositivo estatico di sospensione ed elevazione mistica della mente, intesa come il pieno sviluppo delle potenzialità e delle qualità naturali presenti nell’individuo. Abramović ha una lunga familiarità con la città di Napoli, culminato in anni recenti con la performance Cleaning the Mirror (2004) presso la Galleria Lia Rumma.

EV

THE KITCHEN V Carrying Milk, 2009

Attualmente non esposta.