»URS LÜTHI»

Urs Lüthi, Autoritratto in sei pezzi, 1975. Collezione Fondazione Morra, Napoli. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante.

Percorrendo la strada aperta dalla Rrose Sélavy di Marcel Duchamp e dalla sua “sorella tragica”, Claude Cahun, Urs Lüthi (Lucerna, 1947) rende esplicito il carattere androgino dell’opera attraverso travestimenti deliberati, ostentando un linguaggio che si interroga sulle possibilità della differenza, dell’alterità. Pioniere delle ricerche legate al corpo e all’auto-rappresentazione, è autore, dall’inizio degli anni Settanta, di una serie di autoscatti stranianti, tesi ad esaltare le proprie caratteristiche intersessuali, proponendosi spesso allo spettatore nella versione maschile e nel suo complementare alter ego femminile. In un gioco raffinato di rimandi tra essere e apparire, interpretante e interpretato, il percorso di Lüthi è scandito dal senso del doppio raccontato attraverso se stesso, dando corpo alla sostanza fluida dell’ambiguità, alla compresenza di identità cangianti.
“Forse l’aspetto più significativo e creativo del mio lavoro è l’ambivalenza come tale. (…) Il risultato di questa mia indagine è il ritratto. Un ritratto che ha una sua propria esistenza e che vive al di fuori di me. Appena si spengono i riflettori. Chi lo osserva lo paragona al proprio fino a modificarsi, e sdoppiarsi… Questo è il mio contributo alla coscienza di sé, dei propri limiti, dei propri eccessi, delle proprie possibilità… e anche delle diverse realtà che vivono sotto una stessa realtà”, dichiara l’artista, che innesca un gioco seduttivo con lo spettatore, per indurlo a specchiarsi nella sua immagine (in cui egli stesso si specchia).
Una celebre foto dell’artista di intitola emblematicamente I’ll Be Your Mirror (1972), caricando la propria immagine di una valenza ambigua e seducente. La solitudine è forse il sentimento più ricorrente nelle sue opere, enfatizzata dalla scelta del bianco e nero che esalta la dimensione del ricordo. Un altro aspetto dei suoi lavori è il tempo: in Just Another Story About Leaving (1974), l’artista vive le fasi progressive dell’invecchiamento, adottando il tempo come modalità che si aggiunge alla condizione dicotomica del maschile e femminile.

Self-portrait in Six Pieces (1975), è un imponente affresco fotografico, caratterizzato da due registri narrativi apparentemente non comunicanti: il registro superiore presenta cinque autoritratti dell’artista, atteggiato nelle pose di una modella, in sequenza. La striscia nera sovrapposta agli occhi, rimanda ad un’idea di censura, sembra suggerire un disagio legato alla propria identità, esplicitato dal volersi rendere, in qualche modo, irriconoscibile. Nella foto panoramica sottostante la sequenza di autoritratti negati, una donna cela a sua volta la propria identità indossando grandi occhiali da sole, e apparentemente sta dicendo addio a qualcuno su una spiaggia ma in realtà è rivolta verso lo spettatore, dal quale sembra volersi congedare. L’opera esplicita lo slittamento dall’auto-rappresentazione alla riflessione del sé, rispecchiato nella percezione di un’altra persona, e nell’osservatore, in una sorta di caleidoscopico confronto intersoggettivo.

EV

Il museo è aperto fino alle 19.30

Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato 10.00 ⋅ 19.30 — Domenica 10.00 ⋅ 20.00
La biglietteria chiude un'ora prima / Martedì chiuso / Lunedì ingresso gratuito