Quintino Scolavino

Quintino Scolavino, “Fare orecchio da mercante”, 1982. Legno, terracotta, piuma di Ara, meccanismo elettrico, temporizzatore. Donazione di Tullia Passerini Gargiulo. Collezione Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli.

Partecipe dell’intenso e sperimentale dibattito che si sviluppa a Napoli negli anni Sessanta intorno alla figura di LUCA (Luigi Castellano), Quintino Scolavino (Bagnoli Irpino, 1945) è tra i fondatori del GRUPPO STUDIO P ’66, alla ricerca di un’iconografia New Dada e Pop dalla spiccata valenza antropologica e che si esprime come “idioletto”, secondo la definizione di Achille Bonito Oliva.

Nel 1968 presenta con Crescenzo Del Vecchio al Teatro Esse di Napoli lo spettacolo La presa del comodino, con testo di Pierre Restany. Nello stesso anno collabora alla rivista “NO” (Nuovo operativo di comunicazione di massa e Cultura di classe) diretta da Castellano e aderisce ad alcune iniziative della Prop Art. I lavori che espone in questi anni appartengono alla serie dei SERVOMECCANISMI (1969-1975): “integrazioni degli organi sensori” ovvero “integrazioni virtuali ante litteram dell’umano”, realizzate con diverse tecniche, spesso con l’utilizzo di tele emulsionate su cui l’artista apporta minimi interventi pittorici e fotografici, o opere che prevedono l’inserimento oggettuale.

Dal 1979 ha inizio il sodalizio con Carmine Rezzuti, con cui partecipa a numerose mostre sulla Nuova Oggettualità e con cui realizzerà una doppia personale al Castel Sant’Elmo di Napoli (A taglio, 2009), al PAN-Palazzo delle Arti di Napoli (La memoria è quello che viene prima, 2014), al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e alla Certosa di San Giacomo a Capri (Concerto per archi e fili d’erba, 2016). Nella prima metà degli anni Ottanta Scolavino espone in numerose mostre periodiche nazionali ed internazionali, tra cui la Biennale di Venezia (1982). Nel 1983, invitato da Paul Hefting, partecipa a Sculpture ’83 (Lijnbaan Museum, Rotterdam), che  esplora i confini della Nuova Oggettualità a livello internazionale e in cui espongono, tra gli altri, Tony Cragg, Anish Kapoor, Bertrand Lavier, Julian Opie, Ettore Spalletti. La produzione di questi anni accentua il carattere ironico combinando elementi meccanici (motori elettrici, meccanismi-giocattolo) a materiali eterogenei (piume, terracotta, materiali sintetici), assecondando giochi di parola insiti nei titoli a cui si riferiscono. Nel 1995 è tra i fondatori del gruppo Orologio ad acqua, collettivo di artisti visivi, musicisti e poeti attivo fino al 1999, che realizza “esecuzioni multimediali” in spazi destinati alla ricerca scientifica: Stazione Zoologica Anton Dohrn, Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Real Orto Botanico. Nel 2002 l’opera Strabico viene acquisita alla Stazione Salvator Rosa della Metropolitana di Napoli: un’installazione con fibre ottiche luminose composta da due concavità che, dilatando in modo strabico lo spazio fisico, offrono direzioni opposte senza indicarne alcuna. Nel 2010 l’opera Macchina per giocare (1966) entra nella collezione del Museo del ‘900 – Castel Sant’Elmo, Napoli.

Dalla prima metà degli anni Sessanta Scolavino lavora alla serie omonima, di cui fanno parte anche Porco cane!, Gioco-giogo e altre piccole opere, esposte insieme a Fare orecchio da mercante (opera in collazione al Madre) alla Biennale di Venezia nel 1982. Si tratta di un congegni dinamici che si aprono a una dimensione visionaria e immaginifica, attraverso il corto circuito ironico visione/parola-titolo: piccoli elementi meccanici, rimossi dal contesto originario e riprogettati per attivare movimenti diversi e funzioni inedite, danno origine a oggetti che temporaneamente “arruolano lo spettatore affidandogli una partecipazione attiva, anche se minima, nell’esecuzione del lavoro stesso”, come afferma l’artista. Scrive Bruno Corà nel 1998: “di lui mi resta viva l’immagine di talune opere più remote, ad esempio di quel Fare orecchio da mercante del 1982, un congegno dinamico irrisorio ma feroce che faceva prender ‘aria’ alla sua originalissima finezza gergale e consegnava ad una micromeccanica la visionarietà a lui propria, quella cioè che dalla lingua e dalle sue costruzioni aforistiche, o conianti ‘modi di dire’, emigra all’occhio e all’immaginario”.

[Olga Scotto di Vettimo]

Fare orecchio da mercante , 1982

in esposizione dal 23.06 al 13.11.2018

Quintino Scolavino, "Fare orecchio da mercante", 1982. Legno, terracotta, piuma di Ara, meccanismo elettrico, temporizzatore. Donazione di Tullia Passerini Gargiulo. Collezione Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli.