»Giovanni Anselmo»

Giovanni Anselmo, Invisibile, 2007. Courtesy Archivio Anselmo & Tucci Russo Gallery, Torino. In comodato a Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante.

La ricerca sui materiali, sulla possibilità di suggerire, attraverso la materia, le energie fisiche e immateriali che la animano, è da sempre alla base del lavoro di Giovanni Anselmo (Borgofranco d’Ivrea, 1934). Alla metà degli anni Sessanta l’artista abbandona la pittura per rendere visibile la “fisicizzazione della forza dell’azione”: le sue opere non insistono più sulla rappresentazione della realtà ma sono, esse stesse, realtà allo stato puro, grazie all’interazione di elementi primari e processi fisici. Incluso da Germano Celant nel gruppo dell’Arte Povera, Anselmo lavora sull’accostamento di materiali di natura diversa che, per le loro caratteristiche, entrano in dialogo o in conflitto fra loro, generando una tensione interna all’opera che si stende allo spazio circostante. Nelle sue opere le forze in gioco si materializzano e si riequilibrano, creando un effetto di dinamismo in potenza, come in Senza titolo (1968), struttura dotata di vita propria grazie al fatto che un cespo di lattuga, consumandosi, determina lo spostamento del blocco di granito al quale è precariamente assicurato (così come in un’opera analoga l’acqua contenuta in una struttura metallica tende a fuoriuscirne, bevuta dal cotone che vi è parzialmente immerso).
Organico e inorganico, naturale e tecnologico, caldo e freddo, leggero e pesante sono alcune delle coppie dialettiche sulle quali lavora l’artista; la convivenza e conciliazione di materiali e fenomeni opposti si estende sul piano concettuale, laddove Anselmo indaga il rapporto tra finito e infinito, visibile e invisibile. Dai primi anni Ottanta compare nei suoi lavori l’utilizzo del blu oltremare, che definisce un orizzonte, linea di confine tra la condizione terrena e una condizione di altrove, invisibile, quasi spirituale: “la maggior parte della realtà è invisibile e sono le cose visibili a darci la possibilità di desumere l’invisibile”, afferma l’artista, che nel 1990 vince il Leone d’oro per la pittura alla Biennale di Venezia con le sue tele di pietra, estrema sintesi fra elementi potenzialmente opposti.
Da queste riflessioni nasce anche l’opera Invisibile (2007), che ancora una volta racchiude una dialettica di opposti: un blocco di granito nero, perfettamente levigato e puro nella sua forma geometrica, appare troncato, tagliato su un lato. Il pezzo mancante presuppone l’assenza della particella “in”, che trasforma la parola invisibile (titolo dell’opera) in visibile (la scritta riportata a graffito sull’opera). La pesantezza della materia si confronta con l’impalpabilità della parola; l’immobilità della pietra, la sua finitezza, si apre all’incommensurabilità dell’infinito e del non visibile che la circonda. Con un gesto essenziale, Anselmo allude alla possibilità di trovare un completamento in ciò che non vediamo, portando a convergere la sfera del sensibile con quella dell’intelletto, la materia con l’immaginazione, il microcosmo umano con il macrocosmo universale.

AT

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