»Emilio Isgrò»

Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937) esordisce nei primi anni sessanta con una pratica artistica che, nel corso dei decenni, ha esplorato i confini tra scrittura e arti visive, espandendo i limiti e le possibilità di entrambi i campi.
La vivacità con cui, nel corso degli anni sessanta in Italia, si assiste allo sviluppo della Poesia Visiva può essere considerato l’humus all’interno del quale avviene la formazione artistica di Isgrò che, già nel 1964, realizza le prime “cancellature”, una serie di opere che non mancano di sollevare un acceso dibattito sia in ambito letterario sia artistico. Eppure, nonostante la sua vicinanza al dibattito tra scrittura sperimentale e poesia visiva (pensiamo in particolare al Gruppo 70) Emilio Isgrò mantiene una posizione autonoma che lo conduce a sviluppare uno dei contributi più originali nel campo dell’Arte Concettuale.
I testi che l’artista sceglie per l’operazione della cancellatura sono inizialmente stralci di quotidiani, sui quali egli interviene cancellando le parole del testo e lasciando leggibili solo pochi, selezionati vocaboli. In questo modo il tessuto semantico del testo originario è modificato e radicalmente re-interpretato, facendo emergere significati estranei al testo di partenza. In quegli anni Isgrò sembra voler lavorare sulla sintassi e sul significato, liberando in un certo senso il testo della sua funzione primaria e operando secondo un processo costruttivo e niente affatto distruttivo, come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale.
Ben presto l’artista passa alla cancellatura di testi integrali e di libri, includendo la scelta della pubblicazione come parte integrante dell’aspetto concettuale dell’intera operazione, come nel caso della celebre serie delle enciclopedie: lavorando, infatti, sulla Treccani, sull’enciclopedia Larousse, sull’enciclopedia britannica e su quella sovietica, Isgrò arricchisce il proprio lavoro di una valenza politica, trasformando la cancellatura in uno strumento di indagine sulle relazioni tra sapere e autorità. Con il passare degli anni l’atto della cancellatura entra in dialogo non soltanto con le contemporanee ricerche artistiche internazionali ascrivibili al campo dell’Arte Concettuale ma, in modo ancora più profondo, con i linguaggi e la storia della pittura.
Un procedimento analogo – di apertura dei significati attraverso un gesto di apparente sottrazione – è applicato anche alle immagini, soprattutto desunte dal campo dei mass media.
Nell’opera esposta al Madre dal titolo Jacqueline del 1965 (già parte della personale che l’artista realizzò nel 1974 presso la galleria di Lia Rumma a Napoli) il testo sostituisce integralmente l’immagine e diventa esso stesso un dato visivo, attraverso un gioco di corrispondenze tra simboli tipografici e linguaggio giornalistico, tra la comunicazione visiva e la sua soppressione. L’immagine di Jacqueline Kennedy che si china sul marito vittima dell’attentato (un’immagine che ha fatto il giro del mondo e che è entrata nella storia) è restituita a una forma di comprensione più intima attraverso la sua stessa eliminazione.
Tanto il lavoro sul testo quanto quello sull’immagine sono da comprendere nella loro reciproca interdipendenza, nella relazione che entrambi stabiliscono tra comunicazione verbale e comunicazione visiva. In tutta l’opera di Isgrò, quindi, possiamo ravvisare una critica condotta nei confronti di quei sistemi – dal mondo dell’informazione ai supporti materiali dell’educazione – all’interno dei quali la trasmissione del sapere è strettamente legata alla creazione e al mantenimento del potere.

AR

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