»Cyprien Gaillard»

Cyprien Gaillard (Parigi, 1980) si impone allo spettatore per l’ambizione e la visionarietà delle sue opere, spesso basate su una lunga ricerca preparatoria. La sua pratica multimediale – che include installazione, fotografia, video, incisione, scultura e performance – è una riflessione sul concetto di “rovina” come metafora sia culturale sia esistenziale.
Le opere di Gaillard mescolano riferimenti al passato (remoto e prossimo, come nel caso delle derive del modernismo occidentale) e al presente (la realtà urbana contemporanea), e legano entrambe queste dimensioni del tempo alle aspettative e alle visioni che l’uomo nutre nei confronti del futuro. Questa sovrapposizione di piani temporali che collassano l’uno sull’altro esprime la volontà dell’artista di riflettere sulle tensioni tra realtà e utopia, tra il progetto e il suo fallimento. Un esempio di questa metodologia è la serie di incisioni Belief in the Age of Disbelief  (2005), nelle quali l’artista riprende e distorce lo stile e la tecnica dei paesaggi olandesi del XVIII secolo. L’atmosfera idilliaca di questi paesaggi di genere è stravolta dalla presenza surreale di blocchi abitativi in stile brutalista, ossia lo stile delle grandi unità abitative che hanno popolato le periferie di molte città occidentali dagli anni Cinquanta e che è contraddistinto dalla “brutalità” delle forme razionaliste ridotte al minimo, e dall’utilizzo del cemento a vista. Questi edifici, che al momento della loro progettazione erano espressione di un progetto volto all’uguaglianza e all’emancipazione sociale si sono, negli anni, trasformati in luoghi di emarginazione, conflitto, decadenza e criminalità. Gaillard fonde l’urgenza di queste tematiche con la fascinazione per il tema romantico della rovina che, a partire dalle incisioni che Giovanni Battista Piranesi realizzò nel diciannovesimo secolo, è stato esplorato dagli artisti per rappresentare la rivalsa della natura sulla cultura e il sopravvento che il disordine e l’entropia esercitano sulla razionalità e la progettazione.
L’opera in collezione al Madre è parte di una più ampia serie, intitolata Geographical Analogies, che l’artista ha portato avanti per molti anni come sua personale forma di mappatura e archivio del concetto contemporaneo di rovina.
Composto, nella sua interezza, da centinaia di immagini, questo corpus di lavori è strutturato su una serie di polaroid che Gaillard ha scattato nei molti luoghi che ha visitato nel mondo, documentando siti in disfacimento, edifici abbandonati e altre forme di decadenza che potremmo definire rovine “spontanee”.
Il principio della raccolta sistematica di materiale visivo, organizzato secondo un criterio tipologico e/o tassonomico in una serie di classiche vetrine da museo, riprende una strategia espressiva che ha profondamente caratterizzato sia la scultura minimalista (di cui è un esempio l’opera di Carl Andre, presente al Madre nella medesima sala) sia l’Arte Concettuale ( rappresentata all’interno del museo, ancora nella medesima sala, dall’opera di Lawrence Weiner, vero e proprio invito a collegare tra loro lo spazio del white cube museale e quello esterno), fino ad arrivare alla Land Art, la cui attenzione per il concetto di spazio come “sito” d’intervento dell’artista è testimoniata dalle opere in di Douglas Huebler e Dennis Oppenheim.
La struttura a griglia nella quale le immagini fotografiche di Gaillard sono ordinatamente disposte e la scelta della fotografia come mezzo di registrazione della realtà possono essere idealmente collegate con i temi che l’opera di Huebler evoca, in particolare, ovvero la natura fallace di quegli strumenti materiali e di quei dispositivi concettuali di cui l’uomo si dota per conoscere, comprendere e dominare il mondo che lo circonda.
L’inserimento dell’opera di Gaillard nel percorso di Per_formare una collezione corrisponde al desiderio di ampliare gli orizzonti della collezione stessa, includendo in essa non soltanto ciò che pertiene alla storia dell’arte e dell’avanguardia culturale a Napoli e in Campania ma, in più occasioni, anche lavori di artisti che interagiscono con i temi sollevati dall’intero progetto, creando aperture sulla produzione artistica contemporanea e possibili, inattesi corto-circuiti interpretativi. Secondo questa metodologia, quindi, la collezione del museo non soltanto conserva la memoria del passato e registra il presente ma si spinge oltre, proponendo ipotesi sul proprio futuro.

AR

Il museo è aperto fino alle 19.30

Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato 10.00 ⋅ 19.30 — Domenica 10.00 ⋅ 20.00
La biglietteria chiude un'ora prima / Martedì chiuso / Lunedì ingresso gratuito