»Carlo Alfano»

Senza mai prendere parte a una movimento specifico in particolare, dopo aver sperimentato i modi dell’espressionismo astratto e dell’informale europeo negli anni Cinquanta ed essersi rifatto alle esperienze ottico-cinetiche alla fine degli anni Settanta, Carlo Alfano (Napoli, 1932) si dedicata successivamente alla ricerca sulla dimensione temporale della rappresentazione, che diviene la sua matrice espressiva. In tutta la sua opera è infatti costante la tensione a interrogarsi, a porre domande sul significato della rappresentazione, del dipingere e, in senso filosofico, dell’esistenza umana. La pittura è stata per Carlo Alfano esperienza privata, un teatro dell’intelligenza, memoria e racconto, dove il letterario e il visivo, la scrittura e l’immagine, la voce e la struttura formale creano slittamenti continui fra i diversi livelli di questi sistemi.

Alfano intende la “temporalità” come auto-riflessione sulla durata, come ricerca di uno spazio-tempo aperto dell’essere in cui il sé si distingue dall’altro; un tema affrontato in particolare nei primi cicli degli anni ottanta Eco-Narciso e Eco-Discesa e, successivamente, nel ciclo Figure, nei quali l’artista esplora la figura del doppio, nello specifico della figura di Narciso, sperimentando il concetto di duplicità, inteso come condizione di ambiguità in cui giocano il reale e il suo riflesso. Tutto oscilla fra queste due dimensioni. Lo spazio nero ricorrente in queste opere dà forma visibile al concetto di profondità e sulla soglia insondabile del colore compare la figura umana. Le tele, spesso tagliate, sembrano indicare la frattura dell’individuo, poi ricomposta attraverso una fitta trama di fili. La scissione e la perdita di centralità dell’individuo caratterizzano le opere del ciclo Figure, dove i corpi si sdoppiano specularmente, si dividono o sono rappresentati di spalle nell’atto di varcare una metaforica soglia, fino a smaterializzarsi in spazi cromaticamente densi, grigi, neri e blu saturi, che li avvolgono. In queste opere, come quella in collezione, l’artista si sofferma a cogliere appunto l’esatto momento in cui, rispecchiandosi, la figura si scinde per divenire altro da sé, perdendo i propri confini spaziotemporali.

La serie esemplare degli “autoritratti anonimi”, iniziata nel 1969 e continuata ininterrottamente dall’artista fino alla sua morte, pone al centro della propria indagine la componente temporale della percezione e spinge alle estreme conseguenze la ricerca dell’artista, tesa a indagare le ragioni interne alla rappresentazione, avvalendosi di un continuo approfondimento fenomenologico e conoscitivo ispirato da interessi letterari e filosofico-antropologici che spaziano da Shakespeare a Cervantes, da Proust a Joyce a, su tutti, Michel Foucault. Gli autoritratti, costituiti da frammenti di suoni, pause e scansioni di tempo riportati su tela come in una partitura, sono costruiti rappresentando in scrittura lo scorrere del tempo che l’artista vive in prima persona, i suoni e le frasi che ascolta o legge, i pensieri che sopraggiungono nella sua mente. Ogni capoverso scandisce un momento successivo in cui l’artista è ritornato sull’opera.
Questo modo di concepire il ritratto pittorico come un “ritratto interiore” consente all’osservatore di immedesimarsi nell’opera e di vivere a sua volta (leggendola sulla tela) la porzione di tempo vissuta dall’artista. “L’archivio, la nominazione, la distanza della rappresentazione, il ritratto, l’autoritratto frammentato e anonimo – è Angelo Trimarco a sottolinearlo – divengono, così, i luoghi del suo lavoro, la scena sulla quale mettere alla prova le nozioni sovrane del soggetto, della somiglianza, della temporalità. L’autoritratto è, poi, di questo spazio figura cruciale per riflettere sulla pratica della pittura, sulla sua stessa possibilità, al di là del soggetto – l’autore – che le conferisce pienezza di senso”. La realtà del quadro offre dunque una lettura aperta di spazio e tempo, mentre la coesistenza sincronica di eventi contemporanei si pone come speculare al nostro spazio/tempo presente. Alfano invita a prendere atto degli spazi del silenzio, ad entrare nel meccanismo della rifrangenza e nell’implicita qualità riflessiva dell’opera.

In Frammenti di un autoritratto anonimo n. 31 (1972) il monocromo nero detta le condizioni di uno spazio anonimo speculativo, non legato a specifiche contingenze fisiche, dove i frammenti temporali uguali e con brevi annotazioni sono reiterati su tutta la superficie, senza che avvenga nessuna relazione tra le sequenze. “Adopero un modo convenzionale di scrivere il tempo mediante una linea numerica progressiva orizzontale, secondo una linearità che va da 1 a 2. Queste serie lineari sono interrotte, secondo la struttura generale del senso che voglio dare al quadro, da brevi frasi, da vuoti e da silenzi. Il senso di ogni frammento – come del grande frammento che è il quadro – non è quello di comunicare una serie di concetti compiuti o di una linearità del tempo; mi interessa cogliere del tempo le sue circolarità, i suoi arresti, le sue velocità. Tra le unità dei secondi (il segno che ho scelto per indicare il tempo) mi interessa il lento affacciarsi della parola, le tensioni delle sue regole, i conflitti e le esclusioni dei suoi movimenti soggettivi, prima che la parola raggiunga quella pienezza che riempirà il silenzio” (C. Alfano).

EV

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