»Antonio Biasiucci»

L’universo fotografico di Antonio Biasiucci (Dragoni, Caserta, 1961) restituisce un microcosmo di accadimenti, in cui l’uso sapiente del bianco e nero, a volte sfumato e a tratti evanescente, altre volte più decisamente chiaroscurato, schiude un universo mobile e frastagliato che sembra volersi collegare ad un tempo astorico, in uno spazio sospeso. In questo senso l’obiettivo di Biasiucci sembra indagare universi arcani e misteriosi, definire immagini che rimandano alla memoria, individuale e collettiva.
Il suo paese d’origine, Dragoni, è il protagonista delle sue prime serie fotografiche, focalizzate sull’universo agricolo e contadino (Dove non è mai sera). Dopo il trasferimento a Napoli (1980), Biasiucci inizia ad investigare gli spazi delle periferie urbane. Dal 1984 collabora con l’Osservatorio vesuviano, realizzando una vasta campagna fotografica sui vulcani attivi in Italia, che culmina nella serie Magma (1998).
Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, con cui nasce un importante rapporto di collaborazione, interrotto nel 1993 dalla scomparsa dell’attore e regista teatrale. “Ho imparato a fare fotografia in teatro, dichiara Biasiucci. Ho sempre considerato il soggetto fondamentale per la costruzione del mio lavoro. Il mio sogno è riscrivere con la fotografia la storia degli uomini. Ogni lavoro, come un tomo di una biblioteca, costituisce un tassello che va a costruire quest’utopia: Magma è un lavoro sul mistero della creazione, Dei pani dei volti sulla vita che comprende la morte, Vapori sul rito e sul mito, Vacche è una ricerca sulla Grande Madre, Res sulla catastrofe”.
La poetica di Biasiucci si concentra quindi sul processo insito nel medium stesso (fino a seguire personalmente lo sviluppo dei propri scatti in camera oscura), è espressione di una fotografia “pura”, raccolta in atmosfere sospese, quasi metafisiche, che assumono la consistenza del ricordo. Biasiucci sviluppa una poetica basata sul “frammento”, di radicale essenzialità espressiva, che si incarna in veri e propri archetipi visivi, al contempo nella e fuori dalla realtà da cui originano. Spesso Biasiucci sembra ripercorrere le tecniche tradizionali di stampa calcografica, quali la “maniera nera” e l’acquaforte.

Lastre (1961-2013), in particolare, richiama direttamente la sua scoperta della fotografia, dopo l’esercizio “iniziatico” condotto da bambino nello studio del padre Alfredo, fotografo di cerimonie. L’installazione presenta una serie di lastre, uniche superstiti dell’archivio del padre, che rimandano ad un tempo antico, in cui le imperfezioni sulle fotografie erano corrette a mano e direttamente sulle lastre. Biasiucci se ne appropria, recuperandole nella loro valenza installativa: esposte su un tavolo, sono ribaltate e poggiate su una superficie nera. Biasiucci ricrea qui un “palinsesto della memoria” che ricorda l’evanescenza della fotografia, il suo barthesiano “è stato”.
Una serie di volti, che il trascorrere del tempo ha consegnato all’anonimato, emergono come fantasmi da un passato remoto, alla stregua di ombre, visibili solo se illuminate dall’alto e attraverso determinate angolazioni che creano prospettive mobili e fugaci. Dal buio emergono dettagli, frammenti d’identità disperse, apparentemente simili eppure tutte diverse, silenziosi custodi di storie oscure che trovano il riscatto da un oblio cupo quanto il fondo da cui ora emergono, con la forza di un chiaroscuro caravaggesco, anche se fugace, acceso da un lampo di luce, fra realismo e valenza simbolica.

L’opera di Biasiucci si configura come un vero e proprio archivio in miniatura di memorie personali e come una dichiarazione di metodo di lavoro, ovvero come una riflessione sul rapporto fra fotografia e ricordo, sfera intima e dimensione pubblica. All’opera si richiama, espandendola in una dimensione ambientale, sospesa fra interno ed esterno, micro e macro, una seconda installazione dell’artista posta sul tetto/terrazza del museo, le cui immagini variano a seconda dell’incidenza dei raggi solari, apparendo e scomparendo in armonia con le dinamiche atmosferiche.

EV

Il museo è chiuso, aprirà alle 10.00

Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato 10.00 ⋅ 19.30 — Domenica 10.00 ⋅ 20.00
La biglietteria chiude un'ora prima / Martedì chiuso / Lunedì ingresso gratuito